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Non lo sanno perché io non glielo faccio sapere. Perché è parte della mia diga. E però, se tu non mostri il dolore, la gente come fa a starti vicino? C’è un’altra cosa. Può succedere che, quando mostri il dolore, la gente non ti stia vicino. Io, piuttosto che provare una delusione del genere, taccio. Anzi: rido.
Non è semplice recensire un libro fondato sull’incomunicabilità. Sulla sofferenza di parlare di certe cose (intime, profonde) con gli altri. Non tutti abbiamo la profondità a fior di pelle, pronta per essere offerta e mostrata in giro. O forse è proprio chi ce l’ha che ha bisogno di costruire un muro interiore (anzi una «diga») e porre distanza (molta distanza) tra se stesso, l’indicibile e gli altri.
In questo diario-che-non-è-un-diario, in questo testo così frammentato e frammentario, ognuno può riflettersi in una diversa porzione di specchio rotto e trovare qualcosa di diverso e di personale. Ognuno potrebbe fare una sua propria analisi del testo e riflettere sulle proprie “cose che non si raccontano”.
Si potrebbe parlare di aborto e di procreazione, che sono i temi palesi e militanti di questo romanzo: è infatti la storia di una donna che prima si rifiuta di avere figli per la sua carriera e poi decide di averne, a tutti i costi, senza rinunciare mai, assolutamente, al proprio lavoro. Peccato che tutto quello che potrebbe andare storto – anche se c’è la probabilità “zerozerozerovirgola” – vada storto. Si potrebbe quindi anche far emergere il rapporto tra opera e autore che soggiace alla trama e discutere se si tratta di un rapporto genitore-figlio, dal momento che sia libri sia figli sono creati (lett. “fatti carne”). Si potrebbe parlare di salute mentale e dello stigma sociale che ci gira ancora intorno, nonostante tutto («mi fanno sentire malata»). Oppure si potrebbe discutere del fatto che Antonella si chiama Toni quando parla con se stessa e l’amica si rivolge a lei al maschile «per tenerezza», in determinati contesti (lavorativi). Si potrebbe analizzare la scissione interiore tra essere una donna che vuole essere madre e una donna che vuole lavorare (in Italia): «Mi sono sentita stupida, a essere una donna». Potremmo parlare dell’ambizione di questa donna, che vuole riuscire a ottenere tutto, non si piega, non si rassegna, impazzisce. E non ne parla mai con nessuno, fa sempre tutto da sola, non si ferma mai e non chiede aiuto; non perché non ci siano persone che si prenderebbero cura di lei, ma perché con queste persone lei proprio non riesce a comunicare, a lasciarsi andare: gli altri non devono sapere. Si potrebbe anche commentare il rapporto (spinoso) con il cattolicesimo che si manifesta in alcuni episodi di questa storia: un aspetto in fondo difficile da evitare se si parla di vita, e di morte, e di colpa. Ci si potrebbe anche soffermare sui caratteri metanarrativi del romanzo, e discutere dell’autofiction che imbastisce Lattanzi, corredandola di personaggi e di persone “che se fossero personaggi” agirebbero in un modo, direbbero certe cose (e invece nella vita vera le persone cosa fanno, cosa dicono?). Si potrebbe analizzare lo stile scabro, nudo, diaristico («ma non è un diario») con cui la voce narrante ci lascia immaginare il personaggio-Antonella che scrive, riflette, non ce la fa, ricomincia, s’incaglia; e lascia stare, e riprende la scrittura. È uno stile apparentemente innocuo e semplice il cui scopo è incantare innocentemente, proprio nel senso di avvinghiare il lettore con l’incantesimo delle parole. E così incantati, facilmente scivoliamo nella testa di Antonella-personaggio (o Antonella-autore? O Antonella-persona?) e lasciamo che i nostri pensieri si sovrappongano ai suoi. O i suoi ai nostri. Quante volte abbiamo pensato che le nostre disgrazie fossero colpa nostra, che ce le siamo meritate?

Prendetene il pezzo che volete: arricchite l’interpretazione di Cose che non si raccontano con il vostro vissuto e il vissuto con la vostra interpretazione. Per me è stato un racconto sul pensiero magico (quello che a volte chiamiamo anche scaramanzia, credenza, superstizione), e sull’incomunicabilità che ne può derivare. Un racconto su tutte le volte in cui ci siamo detti: «Se lo dici, non si avvera». E poi, quando le cose vanno storte: te lo sei meritato.
[E poi, un contraccolpo: quante sono le volte che invece non si dice (o meglio, si dice ma non ci credi con la stessa forza) “te lo meriti”, perché quello (di bello) che accadeva era merito nostro, ce lo eravamo guadagnati ed eravamo stati bravi? Perché si può pretendere il merito ma poi non si può accettare? Perché si può usare per condannare ma per premiare si storce il naso? Perché quando le cose vanno bene, allora è stata la buona sorte, la buona stella, il caso? Dove si inceppa il meccanismo? È difficile riappropriarsi di questa parola. È difficile parlare di merito.]
Seguire il pensiero magico significa credere di avere una responsabilità quando non è così: inseguire la catena dei perché fino a ritenere che se il male esiste è perché ce lo siamo meritati, perché abbiamo commesso qualcosa di sbagliato, abbiamo una colpa e meritiamo una punizione. Razionalmente, possiamo anche sapere che in realtà non funziona così. Eppure ci crediamo lo stesso e quando qualcosa accade, quello che ci dilania è (anche) il quesito muto “Perché?” Perché a me? Che cosa ho fatto? In un altro libro ho trovato anche un’altra domanda: perché le altre riescono sempre a farsi rispettare?1
E quanto siamo soli nel pensiero magico! «Ad Andrea non dico niente». Dire ad alta voce significa rendere le cose esistenti, nominarle (è il gioco del “finché non lo dico non esiste”); significa porsi in relazione con l’altro e permettergli anche di demolire o rafforzare alcune fragilità. Significa esporsi all’altro e permettergli di deluderci; potrebbe farci sentire stupidi, sbagliati, incompresi. «Io, piuttosto che provare una delusione del genere, taccio».
Quando taci, iniziare (o ricominciare) a parlare diventa sempre più difficile, sempre più faticoso, sempre più inutile: il silenzio di prima pretende altre giustificazioni. Ma soprattutto, quando si inizia a farlo, crollano di colpo tutti gli argini, viene giù la diga. Tu non ti appartieni più, non sei più tutta intera, ti riversi fuori.
Oh sì, queste sono cose che nessuno racconta.
- Michela Marzano, Sto ancora aspettando che qualcuno mi chieda scusa, Rizzoli, 2023. ↩︎
