Dimmi che linguaggio usi, ti dirò cosa pensi veramente

IN PRIMA LINEA

Negli anni – per i motivi più vari – ho avuto modo di interagire con un po’ di persone e raccogliere giusto qualche osservazione sulla lingua che usiamo quotidianamente e le sue implicazioni.

Tra le altre – la lista di possibili argomenti per quest’articolo era abbastanza lunga – c’è anche il fatto che la lingua e le parole che scegliamo senza starci troppo a pensare siano in realtà uno specchio delle nostre idee più di quanto noi stessi non cogliamo. Se ci complimentiamo con una persona laureata in lingue per avere un buon accento in inglese «specie per essere del sud», stiamo mostrando un preconcetto su un gruppo di persone che abbiamo interiorizzato a tal punto da neanche rendercene conto. Non giriamoci troppo intorno: è un bias implicito basato su degli stereotipi1. Per quanto questi ultimi siano strumenti necessari per poter assorbire la quantità di informazioni da cui siamo travolti ogni giorno – e talvolta possano anche essere sfruttati a nostro vantaggio in particolare nel mondo della finzione – bisogna fare attenzione a non farci condizionare troppo dagli stessi, tanto più se si tratta di argomenti delicati o di prendere decisioni che riguardano altre persone.

Ne possiamo vedere molti esempi tutti i giorni osservando il mondo che ci circonda nelle sue varie sfaccettature. Quando diciamo «lui non avrebbe dovuto comportarsi così, ma anche lei poteva coprirsi un po’ di più», stiamo mostrando che anche noi abbiamo della misoginia interiorizzata2. Quando un bambino viene scoraggiato dall’avvicinarsi al mondo della danza e una bambina a quello del calcio, stiamo continuando a passare un messaggio specifico su ciò che è accettabile o meno anche se, in modo esplicito, non saremmo d’accordo con determinate idee. Quando si dà più peso a cosa indossa una giornalista rispetto al messaggio che trasmette, dovrebbe scattare un campanello d’allarme. Quando, in circostanze uguali, affermiamo che una persona «è stata uccisa» e un’altra «è morta», stiamo prendendo una posizione più forte di quanto non pensiamo. 

Di esempi ce ne sono tanti, tantissimi, probabilmente troppi e diversi più subdoli di questi che ho citato qui, e tutti con possibili conseguenze su persone reali. Per esempio, impedire a un bambino di avvicinarsi alla danza vuol dire togliergli la possibilità di esplorare un mondo che ancora non conosceva e che potrebbe arricchire la sua personalità.

Questo pezzo è volutamente generalista perché l’obiettivo di quest’articolo non è ricercare ogni singola prova a sostegno di questa tesi quanto di chiederci di rallentare un attimo in una società frenetica e contare fino a dieci prima di aggiungere quel “ma” o quando preferiamo un aggettivo a un altro. Renderci conto di quanto in profondità sia presente una determinata idea è un passo necessario per poter modificare la realtà intorno a noi. Modificare il nostro linguaggio ci permette di interiorizzare al meglio le idee che proponiamo e permette che azioni e parole siano quanto più possibile allineate.

1. Nota a margine: nel linguaggio violento online, la forma più comune di abuso nel dataset italiano sono gli stereotipi.

2. Sì, anche se ci professiamo femministi/e.

di Laura Chilla

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