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Nella sensibilità di Joyce per gli aspetti che, in una guerra, potrebbero sembrare marginali […] ritroviamo tutto ciò che di più umano, e dunque più dignitoso, ci rende persone decenti e che non dovremmo perdere mai di vista. Il piacere, il conservare se possibile equilibrio anche nei momenti più duri, l’essere sereni e non lasciarsi abbruttire da sentimenti di odio e distruzione, passa anche da mantenersi il più integri possibili sotto tutti gli aspetti, anche i più apparentemente laterali. Anche da un mazzolino di umili fiori di campo. (p. 71)
Denso e intricato. Sono questi gli aggettivi che meglio descrivono nella mia visione quest’opera di Silvia Ballestra su Joyce Lussu. Figura novecentesca particolare, connessione tra più mondi sin da piccola: di origini italo-britanniche, cresciuta tra gente normale nonostante i genitori fossero nati in famiglie di ceto più elevato. Silvia Ballestra ci mostre le molte anime di Joyce Lussu: da bambina con sete di apprendere a donna matura che rinnega parte di quell’educazione, troppo intellettuale e leggermente colonialista, e vi aggiunge modi di vedere la vita che vanno oltre i confini geopolitici e le aspettative dell’epoca.
Complessivamente, il libro si può dividere in tre macro-sezioni: la prima dall’infanzia di Joyce fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, la seconda e più ampia sugli anni della guerra, e la terza sul dopoguerra in cui si trascende dai dettagli della vita di Joyce per affrontare temi più generali, come la percezione di Joyce negli anni successivi da parte di un pubblico più ampio e gli studi della stessa sul mondo delle sibille.
La seconda parte è quella da affrontare con più calma: ricco di eventi e nomi, è facile perdersi nel groviglio del mondo clandestino dove nomi, nomi in codice e soprannomi sono all’ordine del giorno. Si ha quasi l’impressione che il tempo sia troppo e contemporaneamente non abbastanza: troppo quando si tratta di progettare e provare ad attuare piani di fuga, atti di ribellione, ma non a sufficienza per creare i passaporti finti, talvolta da consegnare in giornata, o per tenere a mente quegli aspetti in apparenza marginali, ma che permettono in situazioni così particolari di restare essere umani, persone, nonostante le difficoltà del mondo che ci circonda.
Ho apprezzato molto anche la terza parte: da amante delle lingue, il metodo di una traduzione viva, il concetto che poesia e traduzione non siamo mai neutrali, ma portatrici di idee e persino di sovversione, l’ironia come una caratteristica comune a Joyce ed Emilio, membro di Giustizia e Libertà, Partito d’Azione e marito di Joyce, colgono nel segno mettendo nero su bianco concetti che vengono talvolta tralasciati.
Nell’insieme, la figura di Joyce trasmette una sensazione di energia, di costante movimento e di continuo scambio tra Joyce e gli eventi, le persone con cui si interfaccia. Nella sua individualità e nella sua particolarità, questo personaggio si configura come una parte di un insieme più grande, un atomo all’interno di un composto, che ha bisogno di un continuo scambio di energia per poter creare connessioni.
Perché potrebbe vincere?
Perché i suoi messaggi sono ancora attuali. Dalla vita di Joyce Lussu possiamo imparare ancora molto sotto diversi punti di vista. Dallo scenario bellico a come vengono concepite la letteratura e la politica femminile, ci mostra come vi siano ancora molti passi da compiere.
di Laura Chilla
