Scuola di San Fantin

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Un recentissimo servizio della testata giornalistica regionale della Rai mi ha spinto, forte anche di un coincidenza con il nostro percorso tra i luoghi di culto di Venezia, a parlare di quello che può essere considerato come uno dei centri culturali della nostra città, ovvero di Campo San Fantin: su questo spiazzo, il più piccolo campo di Venezia, sembrano quasi accalcarsi i due importanti poli culturali cittadini del Teatro La Fenice e dell’Ateneo Veneto, la prima fin troppo nota per la sua storia mentre il secondo, nonostante il ruolo importante che svolge in città, quasi ignoto ai più. Questo articolo verterà proprio sulla descrizione dell’attuale sede dell’Ateneo, ovvero la Scuola di San Fantin e San Girolamo, non solo perché si tratta di una particolare porzione della storia delle confraternite veneziane, ma anche perché, come il servizio sopraccitato ha evidenziato, l’istituzione culturale che l’antica Scuola ospita si trova in gravi difficoltà economiche a causa dell’epidemia in corso che ha ridotto drasticamente le sue entrate senza però scalfire il suo spirito di secolare divulgazione del sapere. 

Innanzitutto bisogna indagare il perché della doppia dedicazione della Scuola. Nella vicina chiesa di San Fantin avevano già sede due confraternite, quella di Santa Maria della Giustizia e quella di San Gerolamo, a cui, nella prima metà del ‘500, si aggiunse la nuova confraternita di San Fantino, detta anche dei Picai o della Buona Morte: il motivo di questo lugubre nome è collegato all’attività caritativa che la scuola volgeva, ovvero l’accompagnamento dei condannati a morte per impiccagione, da cui il nome dei Picai, che significa “degli appesi”, ai quali offrivano conforto e sostegno nelle ultime ore prima di morire soffocati sopra un patibolo posto, molto spesso, tra le colonne di Piazza San Marco. Non è raro vedere nei film ambientati nel Medioevo e nel Rinascimento i condannati a morte venire scortati, oltre che dai soldati e dal sacerdote, da strane figure in vesti nere con alti cappucci a punta calati interamente sul volto (un abito riutilizzato in un contesto completamente differente dalla setta del Ku Klux Klan) magari reggenti immagini sacre o candele; per comprendere chi fossero i confratelli della Scuola di San Fantin, che avevano ereditato questa attività dalla scuola di Santa Maria della Giustizia, si pensi a questi personaggi cinematografici. Guardando l’imponente facciata della scuola non si può non comprendere la grande importanza di questa istituzione, un’importanza che si spiega con l’esteso utilizzo nel passato della pena di morte, di cui la Serenissima (seguendo una normale prassi) faceva particolare uso: si pensi che nella pianta di Venezia del De Barbari, in alcuni punti di passaggio della città si possono vedere i corpi di impiccati esposti in bella mostra, a dimostrazione del potere che la giustizia aveva a Venezia.

Il ruolo di spicco di questa Scuola, devota ad un Santo calabrese del IV d.C. noto per la sua carità verso i più poveri, è correlato anche al fatto che le pubbliche esecuzioni, a Venezia come dovunque, si svolgevano “in pubblica piazza” per ogni condannato, affinché fosse sempre visibile e lampante che la macchina della severa giustizia dogale non si fermava mai e che ogni criminale pagava per i suoi crimini dopo un soggiorno più o meno lungo nel carcere dei Piombi. Questa attività caritatevole si esplica anche nel ciclo pittorico della Scuola, raffigurante molte scene che si rifanno in larga parte al processo del condannato per eccellenza, la passione di Gesù, a cui era diretto simbolicamente l’aiuto che i confratelli prestavano ai detenuti.

La pratica dell’uccisione dei criminali in pubblico cominciò a perdere terreno nel corso del Settecento quando qualche voce, in primis quella del Beccaria, si alzò contro la tortura e la pena di morte, ottenendo, nel corso dei decenni, un riduzione notevole dei casi in cui era prevista l’uccisione del condannato e lo spostamento delle esecuzioni in luoghi chiusi dove la morte del condannato potesse svolgersi in maniera più sobria e adeguata, secondo il gusto “razionale” dei pensatori dell’epoca, attraverso l’uso della “più umana” ghigliottina. Si tratta di un processo che venne a maturazione nel corso dell’Ottocento, ottenendo però non un grande seguito da parte di Napoleone, che anzi la reintrodusse dopo che era stata abrogata precedentemente pur favorendo lo svolgimento in luoghi chiusi per la maggior parte delle esecuzioni. È chiaro dunque che, quando Venezia cadde sotto il dominio francese, la Scuola venne soppressa insieme alle altre confraternite anche perché la sua attività di accompagnamento dei condannati era ormai considerata come un’azione contraria al buono costume e alla moralità. 

Come si è detto più volte, l’imperatore seppe quasi sempre riutilizzare le sedi delle Scuole soppresse e così fu per la sede della confraternita di San Fantin che divenne, come si è detto sopra, la sede dell’Ateneo Venete di Scienze, Lettere ed Arti, fondato nel 1812 unendo la Società Veneta di Medicina, l’Accademia dei Filareti e la Società Veneta Letteraria. Si tratta di una delle molte fondazioni culturali napoleoniche volte ad un duplice scopo. Il primo era promuovere la conoscenza in campo umanistico e soprattutto scientifico al fine di utilizzarla per migliorare e modernizzare l’impero e le sue istituzioni (una funzione a cui risponde un’altra fondazione napoleonica veneziana come l’Istituto veneto di Scienze Lettere ed Arti insieme a numerose altre fondazioni a carattere scientifico). La seconda funzione era favorire e propagandare, tramite la cultura, la dominazione platonica tra le classi elevate, secondo un’idea cui rispondeva anche l’Accademia Celtica, fondata da Napoleone con l’obiettivo di dimostrare storicamente i legami secolari che univano, nell’ottica della riscoperta della civiltà celtica, la Pianura Padana e la Francia e di mostrare come la prima dovesse essere legittimamente assoggettata alla seconda.

Caduto l’imperatore, l’Ateneo continuò ad esistere diventando uno dei cuori della vita culturale veneziana cui parteciparono Alessandro Manzoni, Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Questi ultimi due nomi rappresentano forse una delle pagine più gloriose di Venezia: ferventi patrioti veneziani e anti-austriaci, nel contesto dei moti del 1848 si impegnarono in primo piano nella lotta per la libertà della città che, seppur finita in tragedia, li consegnò alla fama di eroi della città di Venezia, che li onorò con solenni celebrazioni e monumenti dopo la loro morte in esilio. Quello che però, a mio avviso, è importante sottolineare è la vastissima cultura di questi due membri dell’Ateneo, basata, quella di Manin, sulla giurisprudenza e sulla filosofia, quella di Tommaseo, sulla letteratura classica e moderna. Una cultura che li guidò nella loro esistenza, nella loro lotta civico-politica, nella loro volontà di far risorgere la grandezza della città. Due figure che ci insegnano quanto la cultura, in una città come Venezia, possa essere fondamentale, quanto essa possa configurarsi come la vera forza capace di far rinascere una città azzoppata, se non morente.

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