Chiesa e Scuola Grande della Carità

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L’arrivo a San Marco, vero centro di Venezia, può avvenire attraverso molte strade, tra le quali ne spiccano tre che partono dalla Stazione di Santa Lucia: una attraverso la strada nuova e Cannaregio costeggiando l’ansa del Canal Grande, una attraverso il ponte degli Scalzi e San Polo fino a Rialto e un’altra attraverso Dorsoduro passando per l’Accademia. Negli articoli precedenti abbiamo seguito la terza strada, secondo il sottoscritto più interessante e ricca di curiosità sconosciute, salvo poi abbandonarla per una deviazione verso la zona di Rialto che è impossibile ignorare vista la sua enorme importanza. In questo articolo riprenderemo la “retta via” e compiremo un immaginario ritorno dalla chiesa di San Giacomo a Rialto fino ad uno dei nodi nevralgici della città di Venezia, ovvero le Gallerie dell’Accademia, celeberrimo museo preso d’assalto dai turisti che però, prima di essere una pinacoteca, era la sede della ricchissima scuola della Carità e del convento dei Canonici Lateranensi

Uno dei maggiori problemi della Chiesa Cattolica è sempre stato (ed è tutt’ora) la necessità di far vivere i preti come dei preti: il clero secolare, diverso da quello regolare (monaci e frati) non venne mai vincolato ai voti di stabilità e di povertà, potendo così vivere per molti secoli secondo costumi moralmente criticabili e addirittura con la compagnia legittima di una moglie e di figli ai quali molto spesso potevano lasciare in eredità la parrocchia. Con l’ondata riformistica dell’XI secolo i pontefici, molti quali formatisi nel pensiero cluniacense che riteneva che l’intero clero dovesse vivere povero e celibe come i monaci, impose ai preti, soprattutto a quelli che assistevano un vescovo nella cattedrale (i cosiddetti canonici), costumi più accettabili e meno sconvenienti attraverso regole canonicali che ordinavano la vita comunitaria, la messa in comune dei singoli patrimoni e alcuni compiti di tipo pastorale, caritatevole ed educativo. Furono molti gli ordini di canonici regolari (cioè vincolati ad una regola) che nacquero in quegli anni: tra questi ricordiamo i Canonici Lateranensi, un gruppo dei quali nel 1134 giunse a Venezia creando la chiesa e il convento della Carità, ancora oggi facilmente riconoscibili. A questi preti, che vivevano come monaci seguendo la Regola di Sant’Agostino, si aggiunse un gruppo molto diverso nel 1260, anno non casuale perché ritenuto dal filosofo e monaco cistercense Gioacchino da Fiore la data di inizio dell’Età dello Spirito Santo, cioè dell’instaurazione del regno di Dio sulla terra. Il furore che dilagò in Europa dopo la circolazione di questa notizia spinse grandissime parti della popolazione a prepararsi alla venuta di Dio attraverso la pratica della flagellazione pubblica, unendo cioè l’uso prettamente monastico ed intimo della fustigazione a quello civico e pubblico della processione: la fine del mondo non arrivò, ma il movimento si andò nel corso degli anni sempre più intensificando finché la Chiesa, interessata a porre sotto il suo controllo ogni organizzazione religiosa, non lo regolarizzò con la creazione di confraternite dei ‘battuti’ o dei ‘disciplinati’, gruppi di uomini e di donne che, sotto il controllo di ordini religiosi, praticavano pubbliche flagellazioni in momenti critici per la città (epidemie, guerre) e si dedicavano ad attività di assistenza sociale per i propri membri. Ecco quindi che anche Venezia ebbe la creazione della sua confraternita di flagellanti, che scelse come sede il convento dei Canonici Lateranensi, vicino al quale andò a creare la Scuola (poi elevata a grande) della Carità, nome che si richiama a quello del convento ma che mostra anche le attività di assistenza sociale che l’organizzazione praticava. 

Con il passare del tempo le due istituzioni divennero sempre più potenti e raggiunsero il loro apogeo nella prima metà del XV secolo grazie a papa Eugenio IV, nato dalla famiglia veneziana dei Condulmer e grandissimo sostenitore dei due enti: sotto il suo pontificato i canonici poterono ricostruire la chiesa secondo le forme gotiche che presenta tutt’ora e progettare un completo rifacimento del convento, ancora molto medievale nella forma a fortezza che è rimasta fino ad oggi, che venne affidato al Palladio nel 1555, per poi essere terminato nel 1580. Come in molti altri casi nella Storia, la ricostruzione superò le possibilità dell’organizzazione che di lì a poco iniziò a declinare così tanto da non potersi permettere di riparare il convento dopo che fu vittima di un incendio nel 1630 e di restaurare il campanile crollato poco prima della loro partenza nel 1768. Completamente diversa fu la sorte della confraternita: abbiamo già ampiamente analizzato negli articoli precedenti quali erano le motivazioni che rendevano potenti e ricche queste istituzioni, dall’alto numero di membri desiderosi di avere una “copertura sociale” all’appoggio che proveniva dal governo della Serenissima e dal papato; si pensi che le ingenti ricchezze accumulate permisero alla confraternita non solo di restaurare la propria sede in un’ottica monumentale con il lavoro del Palladio e di altri importanti architetti, ma anche di pagare delle persone affinché si flagellassero e mantenessero viva l’originaria vocazione che i membri della confraternita evidentemente non erano più disposti a sopportare fisicamente.  

L’ultima grande trasformazione subita dal complesso arrivò, ovviamente, con Napoleone. Dopo le numerosissime soppressioni di conventi, monasteri e parrocchie, il governo francese (che era ri-subentrato agli Austriaci che avevano ottenuto Venezia con il trattato di Campoformio) decise di spostare nelle ormai vuote sedi dei Canonici e della Scuola della Carità la collezione di pittura creata dalla Serenissima nel 1750 nel Fonteghetto della farina, vicino a San Marco. I dipinti qui trasportati anche dalle chiese e dai monasteri veneziani andarono ad aggiungersi alle stupende decorazioni che ornavano le pareti della scuola, come la Presentazione di Maria al Tempio di Tiziano; l’unica altra opera contenuta nelle Gallerie che mi limiterò a segnalare in questa sede è l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci: un normale foglio ingiallito dal tempo dove il genio toscano è riuscito a riprodurre l’intera essenza dell’Umanesimo, il suo legame con la classicità e l’attenzione alle scienza in tutte le sue forme. Per molti secoli i Veneziani e le istituzioni che li governavano guardarono sempre con grande rispetto e profonda ammirazione agli enti come il convento dei Canonici Lateranensi o la Scuola della Carità, fondamentali punti di riferimento nella vita religiosa, sociale e culturale della città la cui scomparsa gettò gli abitanti in un profondo sconforto. Fu però proprio la loro soppressione a consentire l’inizio di una nuova vita per queste strutture. Questo, nei suoi risvolti positivi e negativi (si pensi a quei luoghi distrutti dall’incuria o dall’abbandono dopo la soppressione), insegnò alla città l’importanza della difesa dei suoi luoghi della memoria, anche se dotati di una funzione diversa da quella tradizionale. La speranza di molti è che le trasformazioni verso cui si avvia Venezia possano essere l’occasione di una nuova vita per la città. Essa infatti potrà forse trovare per le sue antiche strutture il giusto bilanciamento tra la doverosa tutela della tradizione e l’ancor più necessario avvicinamento a delle prospettive di novità, di cui c’è assoluto bisogno per risolvere i problemi che attanagliano Venezia.

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