Note del guanciale (di qualcun altro)

Ovvero, fare couchsurfing in Giappone

tempo di lettura: 6 minuti

In questi giorni particolari, mi vengono spesso in mente tutte quelle persone che ho incrociato l’anno scorso durante la mia esperienza in Giappone e con le quali ho condiviso momenti bellissimi, ma così brevi da non aver creato rapporti molto stretti e a cui, quindi, ora non posso scrivere per sapere come stanno. 

Tra loro ci sono le persone che mi hanno ospitata sui loro divani durante la mia ultimissima settimana in questo paese, passata viaggiando verso sud (o forse dovrei dire ovest), attraverso l’Honshū, con una breve tappa in Shikoku e fino in Kyūshū. 

Sono partita da Tokyo una mattina di dicembre, quando il freddo era ancora sopportabile e i colori autunnali un po’ sbiaditi, ma non del tutto spenti. Sullo shinkansen mi sono seduta appositamente a destra, per vedere il Monte Fuji in tutto il suo splendore mattutino, e dopo qualche ora e una coincidenza riuscita a Kōbe (avevo 4 minuti per cambiare binario e salire sul secondo treno, ma me ne sarebbero bastati 3) sono arrivata a Okayama, dove ho preso un treno locale e poi un traghetto, per visitare la meravigliosa “isola dell’arte”, Naoshima. Fino all’ultimo avevo dubitato della mia decisione di aggiungerla al mio itinerario, per colpa del pesante zaino che mi sarei dovuta trascinare dietro tutto il giorno, ma le stazioni giapponesi sono sempre dotate di armadietti di qualsiasi dimensione, che rendono il backpacking davvero agevole (per non parlare della perfetta condizione dei bagni pubblici, una vera benedizione per i viaggiatori!) Per fortuna non ho saltato questa meta: una piccola isola della prefettura di Kagawa, nello Shikoku, che ospita vari musei e opere d’arte a cielo aperto – tra cui le famose zucche a pois dell’artista Yayoi Kusama – i cui panorami incontaminati mi hanno lasciata senza parole.

Dopo essere tornata sulla terra ferma e aver preso un altro shinkansen, sono arrivata a Hiroshima, dove ho “surfato” sul divano di una giovane ragazza americana, arrivata in Giappone da qualche mese per insegnare l’inglese. Emily* è stata la mia primissima ospite e, nonostante non conoscesse molto la città, mi ha fatto passare due serate piacevolissime, raccontandomi di tutte le sue esperienze di couchsurfing intorno al mondo e trattandomi come un’amica di vecchia data. Insomma, la delusione di non aver trovato alcun ospite giapponese a Hiroshima mi è passata subito e sono stata felice di confrontarmi con lei sull’esperienza di vivere in Giappone da straniere, oltre che sulla visita al Parco della Pace, la quale mi ha lasciata con così tanti pensieri che, probabilmente, se avessi alloggiato in ostello mi sarei messa a parlare da sola. 

La mia terza tappa era Fukuoka, finalmente in Kyūshū. Dovevo incontrare Hiro* verso le 7, quindi ho lasciato lo zaino alla stazione di Hakata e ho gironzolato un po’ nelle sue vicinanze. Poco prima delle 7, però, ho ricevuto un messaggio del mio ospite che mi annunciava che sarebbe stato in ritardo di almeno un’ora, causa straordinari al lavoro. Seguendo il suo consiglio, ho ammazzato il tempo cenando con un tonkotsu ramen, il famosissimo piatto tipico di questa città, ma dopo poco Hiro mi ha scritto per ritardare ulteriormente il nostro incontro. Ormai si stava facendo davvero tardi e tutti i luoghi turistici che avrei potuto visitare erano chiusi, era già buio e non avevo più batteria nel telefono: a malincuore, ho dovuto rifiutare l’ospitalità di Hiro e prenotare un ostello. Ho capito che accettare un divano in giorni feriali quando l’ospite è un salary-man non è una grande strategia. 

Pensavo che con questo rifiuto dell’ultimo minuto il peggio fosse passato, e con questa speranza mi sono diretta verso Beppu, ma poi sono arrivata a casa di Hana*. Sulla carta, io e Hana avevamo tantissimo in comune: entrambe appassionate di ambiente, lingue straniere e yoga, non vedevo l’ora di conoscerla. Però, quando ha aperto la porta di casa, il mio primo pensiero è stato quello di scappare: non c’era un centimetro di pavimento libero e, tra gli oggetti sparsi ovunque, spiccava uno skateboard dentro la doccia. Lavorando in una caffetteria, il suo frigorifero era pienissimo di cibo, perché portava a casa tutto ciò che restava invenduto: me ne ha offerto un po’ e poi mi ha invitata alla sua lezione di yoga, dopo la quale ci siamo dovute lavare in un ofuro (la piccola vasca da bagno tipica giapponese) appartenente a una struttura termale lì vicino, perché la sua doccia era fuori uso. Grazie forse allo yoga o forse alla serenità sprigionata da Hana e dal suo modo calmo di parlare, sono presto riuscita ad accettare la sua “normalità” e abbiamo passato la serata a chiacchierare con una sua amica – venuta con un tupperware per prendere cibo – e a guardare Terrace House. Il giorno dopo, sono uscita presto per visitare Beppu, una graziosa cittadina costiera famosa soprattutto per le fonti termali, e nel tardo pomeriggio mi sono spostata a Kumamoto. Sul treno, ho ripensato allo shock della sera prima e a quanto mi fossi sbagliata nel desiderare di scappare. Mi sono ripromessa di prendermi del tempo prima di trarre conclusioni.

Il mio ospite a Kumamoto, Kengo*, era il contrario di Hana: non parlava inglese ma lo stava studiando – motivo per cui ha deciso di ospitare turisti stranieri – lavorava in comune e, soprattutto, aveva una casa molto bella e ordinata. È venuto a prendermi in macchina alla stazione e mi ha portata a mangiare nel suo ramen-ya preferito, approfittandone per farmi vedere alcune zone del centro e svelarmi un punto panoramico poco conosciuto con vista sul castello. Abbiamo parlato di tantissime cose (grazie per l’iniezione di fiducia nelle mie capacità di parlare giapponese, Kengo!) e conversando, potevo percepire la sua curiosità sul mondo: mi chiedeva dell’Italia, dell’Europa, e sembrava così riconoscente dei miei racconti che ho capito che nel couchsurfing non sono solo i viaggiatori a ricevere qualcosa, ma anche gli ospiti. Mi ha poi consigliato di mangiare l’ikinari dango, che è diventato uno dei miei dolci preferiti, e la mattina dopo mi ha preparato una colazione tradizionale. Ho visitato Kumamoto con occhi diversi grazie al modo in cui Kengo mi aveva parlato della città, della sua storia, del terremoto che l’aveva distrutta nel 2016 e dei suoi luoghi più belli. La sera, mi sono diretta a Nagasaki con il desiderio di iniziare a ospitare anche io, quando fossi tornata a casa. 

Nagasaki era la mia ultima tappa e qui non ho fatto couchsurfing, perché avrei comunque avuto la mia guida personale: la mia amica Giulia, che studia lì. Proprio come una vera local, Giulia mi ha mostrato la città, fatto assaggiare i piatti tipici, invitata a un picnic in un bellissimo parco e, soprattutto, portata alla festa di una scuola del suo quartiere dove abbiamo preparato i mochi con la famosa tecnica che consiste nel martellare la pasta di riso, di cui si vedono tanti video sul web. 

Il mio viaggio verso il sud del Giappone si è concluso magnificamente e mi ha aperto gli occhi sull’importanza di una prospettiva locale quando si viaggia in posti nuovi, soprattutto se si è da soli. Non era il mio primo viaggio in solitaria, ma sicuramente è stato uno dei più memorabili e non sarebbe stato lo stesso se non avessi incontrato queste persone. Ripenso spesso ai miei ospiti (o quasi ospiti, come Hiro): tutti mi hanno insegnato qualcosa e mi hanno mostrato un lato diverso di questo paese, che amo tanto e di cui mi resta ancora molto da vedere. Spero stiano tutti bene in questo momento e, soprattutto, spero di poter ricambiare il favore in futuro; per ora, invece, “surferò” sul divano di casa mia.

*i nomi sono inventati

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