Fare la spesa ai tempi della pandemia

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Non uscite, ai tempi del coronavirus. Ve lo dice una che, dopo due settimane abbondanti di isolamento forzato preventivo, ha entusiasticamente colto la prima occasione giustificata per uscire di casa a fare la spesa. Mi sono preparata come se andassi a un colloquio di lavoro: ho definito il mosso dei capelli, mi sono guardata incessantemente allo specchio, ho messo il rossetto. Non ero ansiosa all’idea di incontrare persone diverse da mia madre o mio fratello dopo quei giorni infiniti di invivibile convivenza, no. Volevo respirare un po’ di normalità, a pieni polmoni, e normalità è anche sentirsi belli per nessuna ragione, perché lo si vuole, e lo si può essere anche se stai andando al Conad lontano 50 metri da casa tua a comprare fagioli e uova. 

Ero entusiasta all’idea di rivedere il sole, di sentirlo sulle guance, fisicamente e non attraverso il vetro spesso della mia finestra. Ero entusiasta di poter riascoltare il maestrale gelato che ti fischia nelle orecchie e ti annoda i capelli così brutalmente che poi non ti resta che piangere mentre li sciogli col balsamo. Ero entusiasta al pensiero della commessa alla cassa che tenta di rifilarti il set di piatti che ti sei guadagnata con la raccolta punti, tuo con soli 39,99 euro in più. Ho messo il piede sul marciapiede, raggiante, e ho chiuso la porta alle mie spalle. Non c’era nessuno, è normale, mi sono detta. Bene. Stiamo facendo quello che ci dicono. Ho fatto i miei 50 metri, mi sentivo come ci si sente il primo giorno di vacanze estive. Ho visto da lontano la fila, tutti a distanza, tutti furtivi, colpevoli di aver bisogno di un pacco di pasta. Mi sono aggiunta anche io alla fila, a debita distanza. Ripassavo mentalmente quello che dovevo comprare, mi sembrava poco. In tempi di pandemie non si va al supermercato per comprare un solo prodotto. Ho aggiunto alla mia lista il gelato, il sapone intimo e i crackers, che tanto servono sempre e non scadono mai. Fai anche due tubetti di dentifricio, che tanto. Mi sono frugata in tasca. “Speriamo che i soldi mi bastino”, mi sono detta. È arrivato il nostro turno, la commessa si è affacciata per farci entrare. Tutti con la mascherina col filtro, i meno attrezzati avevano quella turchese da chirurgo. Ma non avevo appena letto sul sito del governo che la mascherina la doveva indossare solo chi aveva qualche sintomo? Nelle situazioni gravi, ognuno capisce quello che vuole di ciò che legge. Mi sono messa la sciarpa sul naso. 

Sono entrata, ho afferrato un carrello, tutti si sono sparpagliati immediatamente. Il supermercato non odorava affatto di normalità. Certo, odorava un po’ di arancia nella sezione ortofrutta, di pecorino verso il banco frigo. Ma più di tutto, di paura. Era tangibile ovunque, negli sguardi taglienti di chi da lontano mi vedeva indugiare troppo in una corsia, nelle mosse dei commessi che correvano da una parte all’altra senza guardarmi. Non trovavo i guanti usa e getta, ho timidamente chiamato il ragazzo che metteva in ordine uno scaffale dall’altra parte del corridoio, ha sentito la mia voce ed è scappato. Mi sono diretta affranta verso la cassa, senza i guanti. Gli sguardi si evitavano a vicenda, tutti non volevano far altro che andarsene. Silenzio inquietante in ogni angolo. Alla cassa, ho aspettato che la commessa mi facesse cenno. Non mi ha proposto il set di piatti, e neanche la Colomba di Pasqua in sconto. Mi ha detto quanto le dovevo attraverso il vetro di protezione, ho gettato maldestramente i soldi sul ripiano apposito, mi sono affrettata a imbustare. Sono uscita e anche il vento si era calmato. Non c’era niente di normale in quell’atmosfera strisciante e grigia. Tutto era grigio, nonostante ci fosse il sole. Ancora quell’assurdo silenzio. Mi sono trascinata per 50 metri e ho suonato il campanello, esausta dopo i miei venti minuti al supermercato. A casa, ho ritrovato la normalità. I miei fratelli che urlavano per nessun motivo ragionevole, mia mamma che programmava il viaggio estivo che verosimilmente non faremo. Ho ritrovato le calze che avevo dimenticato di mettere a lavare e un mio libro finito in cucina.

Non uscite, ai tempi del coronavirus. Non ritroverete la normalità al supermercato, anzi ne tornerete affranti e sconcertati, perché la normalità è stata rubata ai momenti più banali. Sognatela soltanto, pensate a quando potrete di nuovo comprare soltanto la farina perché non vi serve altro. Nel frattempo, riuscirete sicuramente a trovare tra i muri del vostro appartamento una normalità provvisoria. Anche la più scontata quotidianità può mutare.

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