“La morte della Pizia”, Friedrich Dürrenmatt

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Cosa succederebbe se nemmeno la stessa Pizia di Delfi credesse ai propri oracoli? E se il proverbiale indovino Tiresia, niente affatto cieco, se li inventasse dietro compenso?

Certo crollerebbe tutta l’impalcatura del mito classico. Ed infatti è proprio quanto accade nel breve ma densissimo La morte della Pizia di Friedrich Dürrenmatt, che segue la sacerdotessa Pannychis XI nel suo ultimo giorno di vita.

Pubblicato nel 1976 all’interno del Mitmacher, il racconto si apre sull’annoiata insolenza di una vecchia, per sua stessa ammissione poco più di una ciarlatana, stanca di inventare risposte assurde per un popolo di creduloni: al giovane principe Edipo profetizza allora che ucciderà il padre e giacerà con la madre, burlandosi della sua salda fede negli dèi e nei responsi divini. Ma quando Edipo tornerà, ormai mendico cencioso, ad annunciarle il compimento della sua profezia, l’incredula Pannychis cercherà di ricostruirne la storia.

Ormai morente, tra i fumi della spelonca dove si è andata a rifugiare sopra il tripode, le faranno visita nel corso di una lunga notte gli attori principali di una vicenda piena di colpi di scena, dove il motore dell’azione non è certo né il fato né il volere divino, ma il calcolo, la meschinità, o al massimo la disillusione della Pizia e la timida (e pure prezzolata) buona volontà di Tiresia, che, inventando responsi, cerca di salvare Tebe dalla tirannide di Creonte. L’architettura del mito si rivela claudicante come il suo protagonista; ogni personaggio tenta di ricostruirla raccontando la propria verità, ma l’edificio non manca di crollare ogni volta. La verità, del resto non esiste: dice Tiresia, anch’egli morente, che “die Warheit ist nur insofern, als wir sie in Ruhe lassen”, la verità è tale solo fino a quando la si lascia in pace.

La lezione di Dürrenmatt, intrisa di visionario lirismo nelle pennellate tenui che descrivono il paesaggio delfico, ma anche di tagliente ironia nei dialoghi, non è soltanto un’eziologia del pessimismo e dell’utopia (rispettivamente, della Pizia che non crede a nulla, e di Tiresia che pensa di poter salvare il mondo), ma, in ultima analisi, un inno all’enigma dell’esistenza umana, per cui non c’è soluzione razionale, ma soltanto l’eco delle ultime domande che la voce di Tiresia riesce a sussurrare prima di affievolirsi e scomparire del tutto nella luce di un nuovo mattino.

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