NO MAN IS AN ISLAND – Ulisse 162,17 (I)

1917

1

Il papà gli aveva detto che la guerra è una brutta bestia, che quando arriva non c’è mai da star tranquilli e prima o poi ti piglia. Il papà glielo aveva detto poco prima di partire per l’Africa, dove andava a combattere i selvaggi per far grande l’Italia. Il papà se n’era andato quando Romolo aveva 10 anni. Erano tornate quattro ossa e un pezzo di ferro al valore militare.

Il mercantile attracca sbattendo sul molo. I marinai quasi si rifiutano di ancorare le cime dell’imbarcazione a San Servolo. “Questa è l’isola dei matti”, ripetono inorriditi. “Se la tocchi, diventi matto pure tu.”

Sull’unico molo di legno, che si lamenta al soffio del vento, quattro soldati della polizia militare se ne stanno imbacuccati dietro ai loro baveri. Nascondono le mani congelate nelle tasche, e lasciano i fucili come degli impiccati a tracolla. Fumano nervosi, e forse il tabacco caldo nei polmoni dà loro l’impressione di stare al caldo.

Romolo Santarelli serra la mascella e cerca di vincere il terrore che gli attorciglia le budella. L’isola è piuttosto piccola, a un tiro di schioppo da Venezia. Possiede alte mura e gli edifici sembrano caserme. Romolo si accorge che le mani gli tremano.

Li fanno scendere come fossero bestie. Un paio di colleghi vengono presi a scudisciate perché non sono abbastanza lesti nell’abbandonare la nave. I marinai del mercantile non perdono tempo, staccano la loro barca e se ne vanno verso il Lido.

Una delle guardie ha le labbra strette attorno alla sigaretta. Si lascia scappare una mezza frase impastata di fumo:

“Ecco la nuova infornata.”

Romolo Santarelli, che pare il più sveglio, si guarda attorno. Sono in sette, tutti soldati. Chissà da dove vengono gli altri.

Davanti a loro compare un manipolo di persone in camice bianco. Sono i medici e gli assistenti, coi loro strumenti misteriosi. Romolo guarda e non dice una parola. Uno degli altri, dietro di lui, caccia un urlo che lo sentono sino in trincea.

La trincea. Romolo rabbrividisce. Non ci vuole tornare, in trincea. Si era preso un proiettile da venti dritto sul fianco. Per miracolo, la bomba da mortaio non era esplosa, ma lo aveva mandato al tappeto. Ha ancora il livido nero, poco sopra l’anca. Quel momento, il terribile momento in cui la granata lo colpisce giocandogli il tiro di non esplodere, lo tormenta giorno e notte. Era sopravvissuto per un mero accidente meccanico. Forse, doveva morire e invece no, cammina ancora tra i vivi. C’era stato uno sbaglio. Per questo lo mandavano a San Servolo.

Il più importante degli uomini in bianco fa un passo avanti e si rivolge ai nuovi abitanti dell’isola.

“Soldati”, dice con un tono sterile. “La Nazione ha bisogno di voi il prima possibile. Potete fare ancora la vostra parte. Il nostro compito sarà quello di rimettervi in sesto, per mandarvi di nuovo al fronte.”

All’udire quelle parole, uno dei nuovi si strappa i capelli e si butta in acqua. Purtroppo per lui, la laguna non è l’oceano e sbatte la testa così forte che i militari devono pescarlo con la baionetta per non lasciarlo affogare.

Romolo è immobile. Quel posto non gli pare poi tanto male. Di sicuro gli austriaci non ci tirano le bombe. Magari si mangia pure bene. Si tasta il fianco dolente e va incontro ai medici. E’ il primo ad essere visitato. Lo guardano straniti. Nessuno andava mai a farsi visitare di sua sponte.

2

Butta giù mezzo bicchiere, gli aveva detto il sergente Cagnacci. Mezzo bicchiere, e vedrai che ti mandano a casa. Fa’ finta che sia Averna.

Romolo ricorda bene l’intruglio dal sapore indecente, la fatica che fece per mandarlo giù. Ricorda bene i miasmi che risalivano dalla gola, la voglia di vomitare. Ma il suo amico Cagnacci gli aveva detto: non rimettere. Vedrai che tempo un’ora stai male da morire e ti rimandano a Roma. Romolo lo aveva ascoltato. Dopotutto, Cagnacci avrebbe fatto lo stesso. Qualsiasi cosa, pur di non combattere un giorno di più in mezzo alla merda.

“Ma perché non ci spariamo su un piede, come fanno tutti?”

Che domande stupide che fai, Santarelli. Cagnacci lo guarda come un maestro fa con l’allievo. Ormai quelli al Comando lo sanno che ti spari su un piede per tornare a casa. E così ti processano per tradimento. Poi magari ti buschi la cancrena e muori come un cane.

Mentre gli infermieri del manicomio di San Servolo aprono la porta della sua stanza, Romolo Santarelli pensa ancora al colore mortifero della tintura di iodio. Mezzo bicchiere lo aveva portato via dal fronte sino alla laguna, a San Servolo.

Davanti a lui, una cella tre per tre. Grande quanto due buche di mortaio una accanto all’altra. Romolo è quasi contento. Gli danno vestiti nuovi e un letto. Mai avuti quei privilegi, in mezzo alle trincee del Carso. Cagnacci aveva avuto ragione: bevi la tintura, che ti mandano a casa. Una notte di dolori atroci valeva bene la vita intera.

3

Ben presto Santarelli si rende conto di essere un privilegiato. In quell’isola i matti ci stanno davvero. Passeggiando per l’isola li può vedere: ci sono i maniaci, gli aggressivi. Li vede che si agitano sotto le camicie di forza. E poi ci sono i soldati. Tanti soldati. Alcuni non sopportano più alcun rumore. Se ne stanno con la testa raccolta tra le dita nodose. Credono di essere ancora in trincea, non si fidano di nessuno e se avessero un coltello ci potresti giurare che partono all’assalto contro gli austriaci. Romolo si chiede che cosa ci fa lì. Forse è il meno matto di tutti. Ma le cartelle dei medici cantano, lui si è salvato. Hanno scritto che è Temporaneamente inadatto. E non si sente in colpa. Vogliono che vada a morire per l’Italia? Ma se non sa neanche come si scrive, I T A L I A.

A lui basta vivere. Non come suo papà, che è andato a morire chissà dove e lo ha abbandonato a dieci anni.

Finché sto qui, mi va bene. Il sergente Cagnacci aveva ragione. Un po’ di tintura è sempre meglio di una pallottola nel muso. Si tasta il fianco destro. Fa ancora male, è scurissimo, chissà se qualcosa si è rotto sotto la pelle.

4

I medici hanno preso a visitarlo un po’ più spesso. Si trova nel manicomio da due settimane e non fa che mangiare e dormire. Quanto gli erano mancate, quelle cose. Il fatto è che mangia in un minuto perché non sa più cosa vuol dire sedersi a tavola, e dorme per terra perché al fronte mica ti danno i materassi e i cuscini. Ora i camici bianchi passano a trovarlo ogni giorno. Ad un tratto, uno di loro si lascia scappare che al fronte hanno bisogno di uomini e che bisogna mandargli tutti quelli disponibili. Sono ordini del generale Diaz.

“Chi è il generale Diaz?” chiede Santarelli con aria perplessa.

Gli dicono che ha preso il posto di Cadorna, che il Re ha deciso di vincere la guerra e di chiamare tutti quelli che sanno imbracciare un fucile. E lui lo sai fare; quel po’ di tintura che Cagnacci gli aveva dato è ormai espulso dal suo corpo. Non ha più scuse. Certo, può far finta; mettersi a urlare come gli altri soldati che non si sono più ripresi dopo un bombardamento o dopo il gas nervino. Ma non durerà. I medici sono furbissimi, ne sanno una più del diavolo.

Vogliono mandarlo al fronte. Ma lui si opporrà. Con tutte le sue forze. In trincea no, non ci torna. Piuttosto diventa matto sul serio. In fondo, il vero manicomio è quello ai bordi della terra di nessuno, dove gli uomini hanno scavato chilometri di cunicoli e giocano ad ammazzarsi. In quel formicaio di sangue no che non ci torna.

Eppure, i camici bianchi non lo ascoltano. Portano tutti gli occhiali, i medici. Forse sono quei misteriosi arnesi ad anestetizzare le loro emozioni. Hanno deciso: sette, forse otto militari sono ormai pronti. Possono tornare a combattere. Li radunano nel giardino, sotto gli occhi assenti dei malati mentali. La polizia militare toglie loro le camicie di forza. In sostituzione, arriva la divisa militare. C’è chi piange, chi si graffia la faccia e chi spergiura. Santarelli, no: lui ha già capito che non c’è più speranza. Dovrà abbandonare l’isola dei matti. Ma la tintura potrà trovarla di nuovo. Cagnacci aveva ragione. Per quelle cose, ti rimandano a casa. In trincea non ci torna.

5

Prima di arrivare a San Servolo, Romolo non aveva mai messo piede su una nave. Era stato un mezzadro, aveva lottato contro le paludi pontine per ricavarsi una magra consolazione. Lo affascinavano le navi, la loro capacità di volare sull’acqua. Per questo, quando era approdato a San Servolo, si era sentito felice come il primo uomo che sfidò il mare su una zattera. Un po’ come Ulisse. Navigatore come lui.

Romolo non conosceva Ulisse, Romolo non sapeva neppure leggere. Ma i due non erano poi così diversi. Erano arrivati su una nave, stranieri in terre straniere. Romolo Santarelli, dal Lazio più profondo, s’era trovato a un tiro di schioppo da Venezia, città che più magica non ce n’è. E poi aveva visto l’isola dei matti! Doveva dirlo, a Cagnacci, che grazie a lui era finito in un posto che non si sarebbe mai immaginato esistesse!

Arriva metà aprile. I medici passano da Ulisse e gli dicono che è ora di andare. La polizia militare lo preleva. C’è di nuovo quel tipo strano, con la bocca stretta e la sigaretta all’angolo destro. Il tabacco è diventato ormai funzionale alla sua respirazione. Ecco che dice:

“Adesso sei cotto a puntino. Vai da Diaz.”

Lo vogliono provocare, ma Santarelli non risponde. Ha imparato come risparmiarsi le botte. Si fa vedere mansueto, ma intanto medita la vendetta. Prenderà qualcosa di più forte della tintura. Qualcosa che lo metta fuori dai giochi fino alla fine della guerra. Come Ulisse, lascia che sia l’intelletto ad avere la meglio. Per un istante, pensa di essere l’unico intelligente in tutta l’isola. Poi arriva il mercantile. Stessa tiritera dei marinai, che son gente superstiziosa e con certe cose non scherzano. I pazienti dimessi che tornano a bordo hanno la faccia dei condannati a morte. Nessuno li tocca. Li guardano come appestati. Si torna al fronte.

 

Di Federico Sessolo

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