Apologia della luce nordica

Al ritorno dal mio primo inverno in Svezia, la preoccupazione generale sembrava essere rivolta verso i miei livelli di vitamina D. Non bastava aver scelto una terra di vichinghi mangiatori di alci e renne che si divertono a battezzare i loro mobili con i nomi più improbabili; ma doveva anche essere la terra, secondo le concezioni di parenti vari, del buio perenne.
Una volta chiarito che effettivamente fra Stoccolma e la Lapponia passano un po’ di chilometri (1236 fino alla cittadina di Kiruna) e che le differenze, sia in termini di popolazione di renne (e umani) sia in termini di buio, sono notevoli, associare la Scandinavia alla luminosità rimaneva un compito arduo. Che si siano trovati nella stessa situazione o meno, i curatori di una mostra ospitata dal Museo Nordico di Stoccolma mi hanno dato una mano nell’impresa: inaugurata il 29 ottobre scorso, Nordiskt ljus – appunto, luce nordica – accompagna i visitatori alla scoperta del rapporto nordico con la luce in tutte le sue forme: notturna e diurna, invernale ed estiva, naturale ed artificiale.
Benvenuti in Svezia: Paese con una storia relativamente recente, nessun Michelangelo o Botticelli a disposizione, ma che riesce a costruire un intero percorso museale attorno a qualcosa che per sei mesi all’anno, se non è assente, comunque scarseggia. Si può, così, sperimentare l’aurora boreale in una “camera oscura” (a Stoccolma è un fenomeno ancora piuttosto raro; bisogna superare il 60° parallelo ed entrare nel Norrland, la regione storica o landskap più settentrionale, per goderne durante l’intera stagione invernale) o seguire una linea del tempo del design scandinavo in fatto di lampade, lampadari e lampadine. E si può scoprire che una costante delle festività svedesi è proprio, oltre al consumo non propriamente moderato di alcol, la celebrazione della luce: con falò attorno a cui danzare, cantare e bere come a Valborg, la notte di Valpurga che celebra, fra il 30 aprile e il primo maggio, l’arrivo della primavera; con candele, come quelle tenute in mano dalla processione di bambini che accompagna Santa Lucia, anch’ella con una corona di candele sul capo, durante i festeggiamenti del 13 dicembre; e poi la luce, quella vera, quella del sole che sorge alle tre di mattina e tramonta alle 10 di sera, la notte più corta dell’anno: la notte di mezza estate, midsommar in svedese.
Non si può negare che la quantità annuale di luce piuttosto limitata abbia comunque influenzato le culture a Nord del mondo: basti pensare che, secondo la mitologia scandinava, il Sole è una fragile divinità femminile – al contrario dei greci Helios/Apollo; la fanciulla, Sól, attraverserebbe spaurita i cieli conducendo il suo carro all’impazzata, inseguita all’infinito dal lupo Skoll finché questo non la divorerà al sopraggiungere del crepuscolo degli dei (l’apocalisse scandinava, Ragnarok).
Vivere un’esperienza scandinava nei mesi invernali non significa, quindi, immergersi in un periodo di buio e riflessioni sulla morte: fra i miei ricordi visivi più belli di quell’Erasmus rimane la luce rosata del crepuscolo di ore che, a dicembre, seguiva il tramonto delle 14.30, colorando i giardini imbiancati del palazzo di Drottningholm; il vagabondaggio fra le viuzze di Söder alla ricerca di regali di Natale, nel buio pesto delle quattro di pomeriggio, riscaldato da candele e stelle luminose (julstjärnor), bianche e rosse ad ogni singola finestra; un’alba tardiva dalla mia stanza al decimo piano, la finestra aperta sul silenzio della neve caduta la notte, le stelle che pian piano scomparivano al lento e stanco sollevarsi della palla di fuoco.

La mostra Nordiskt Ljus è visitabile al Museo Nordico, situato a Djurgården, la cosiddetta isola dei musei, Stoccolma.

di Anna Scaramellini

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