Note dal fronte orientale #19

La piazza di Betlemme si trova sulla sommità di una collina. Su questa sommità ci son tre cose notevoli: numero uno, la piazza affollata da turisti, tassisti, polizia palestinese e marmocchi che menano le mani; numero due, la Basilica della Natività del mio vecchio amico Gesù bambino; numero tre, la Moschea di Omar.

Un giorno entriamo nella moschea di Omar. Siamo in tre ragazze e quattro ragazzi, tutti cristiani (o quantomeno, come nel mio caso, cristiani solo perché a suo tempo mi annaffiarono la fronte con l’acqua santa). Lasciamo le scarpe all’ingresso e ci incamminiamo scalzi sulle gradinate ricoperte di fedeli accovacciati in preghiera.

Quando ci troviamo nel salone principale, l’imam della moschea si avvicina a noi. Ha una barba lunga quanto l’anno della fame, come si direbbe dalle mie parti. Ci chiede a bruciapelo, sapete qual è il significato di una moschea?

E noi impappinati.

Lo sapete sì o no qual è il significato di una moschea?, insiste.

E noi impappinati.

Allora l’imam ci fa sedere su una sedia per ciascuno e dice, una moschea è la casa di tutti. Perché è la casa di Dio. È la casa di tutti: ebrei, musulmani, cristiani, atei, o chiunque altro. Ci sta fissando intensamente e parla un inglese notevole. Poi ci racconta la storia della moschea di Omar.

La sapete la storia della moschea di Omar? Ora vi racconto la storia della moschea di Omar. Quando il califfo Omar conquistò la Terra Santa, arrivò anche qui a Betlemme. Quando arriva qui decide di visitare la Basilica della Natività, perché molto venerata da tutti gli abitanti. All’epoca l’imperatore bizantino è Eraclio I, e lui e il califfo si incontrano all’interno della Basilica. Eraclio confessa al califfo che ha intenzione di accogliere i fedeli musulmani in preghiera proprio dentro quella stessa chiesa, ma Omar nega. Perché no?, si chiede allora l’imperatore, e il califfo risponde perché in futuro i cristiani avrebbero potuto considerare l’entrata di musulmani nella basilica non come un gesto di fratellanza, ma come un oltraggio. E a sentire questa spiegazione Eraclio scoppia in lacrime.

L’imam assume un tono più serio e conclude la storia alzando l’indice: allora Omar si inginocchia davanti ad Eraclio e lo tranquillizza. E proclama che se davvero l’imperatore ritiene così importante che cristiani e musulmani vivano in pace a Betlemme, farà costruire una moschea proprio in fronte alla Basilica. E così fece: da allora Betlemme ricorda con questi due luoghi sacri la promessa di fratellanza tra chi venera la croce, chi la mezzaluna.

Appena ce ne usciamo, notiamo i pinnacoli che ci ammoniscono. Sono il minareto della moschea e il campanile della chiesa, infissi nei secoli a rammentare la promessa di convivenza tra due religioni. Una promessa, insomma, che testimonia che un altro mondo è possibile. O quantomeno una pace, che ne so, fate voi. Il pensiero mi sorge spontaneo, mentre sto lì traballante col naso all’insù: qualcuno oggi è convinto di poter raccontare il contrario.

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