Note dal fronte orientale #16

Mi sono seduto ad un tavolo con due soldati israeliani. E ci ho parlato assieme. Ne è venuto fuori un punto di vista interessante sull’occupazione della Cisgiordania che troverete alla fine della nota.

La storia è pressapoco questa: avevo conosciuto M. due anni fa, era un anno più giovane di me e di origini italiane: ora ci siamo dati appuntamento per ritrovarci e farci una buona chiacchierata.

A Tel Aviv ci sono un sacco di centri commerciali immensi, uno di questi è il Sarona Market, con pure dei buoni locali. Ci incontriamo fuori da questo bar appena lui finisce la giornata di leva. Lo incontro in divisa e mi pare dimagrito come se lo avessero tenuto a pane e acqua per tre secoli.

Parto subito in quinta, allora vecchio mio, cosa ci trinchiamo?

Scusami Zan, ma non posso bere.

In che senso?, piego il capo su un lato.

Vuol dire che quando siamo in divisa non possiamo bere alcolici. Che ne dici di una cioccolata calda?

All’improvviso la vita mi passa davanti e mi pare di essere finito col culo in terra nel Waste Land di Elliot. Uhm, borbotto, va bene una cioccolata calda. Non sia mai che proprio stanotte l’Iran attacchi Israele con degli aeroplanini di carta igienica.

Ci sediamo con sta cioccolata calda. Arriva anche un suo amico, sempre di origini italiane, un paio d’anni più vecchio di me. Anche lui ora serve nell’Esercito Israeliano. Parliamo di cose del tipo: lo vedi questo?, e M. mi indica lo stemma sulla manica della loro divisa. Questo è il simbolo del nostro corpo. Vedi qui un ramo d’ulivo, questa è una lepre e questa invece la barriera difensiva.

La barriera difensiva, ripeto.

Si stizzisce un po’ e dice, o muro, come preferisci. Ah, ti ricordi l’attentato di giugno che c’è stato qui a Tel Aviv? I quattro morti?

Certo che ricordo.

Ecco, è avvenuto proprio qui al Sarona Market, in questo bar.

Mi blocco mezzo secondo. Ora, non sono per niente un tipo impressionabile, ma quando ti mollano un colpo basso del genere è normale che ti s’incrinano un paio di nervi per realizzare che non c’è niente da temere, lì sul momento. Però non puoi fare a meno di immaginarti quei quattro morti nel bar delle cioccolate calde, dove ora sei anche tu.

Senti, gli chiedo, hai sentito quel che dice Bibi, no?, ma tu credi che riuscirete mai a negoziare la fine dell’occupazione nei Territori? Lo smantellamento di tutti gli insediamenti illegali?

M. finisce la cioccolata, si distende su un lato e mi spiega, ascolta Zan. Ci siamo ritirati da Gaza, giusto?

Giusto.

Sai quanti coloni abitavano a Gaza e quanti ne abitano in West Bank?

Dimmelo tu.

Quando ci siamo ritirati da Gaza abbiamo sgomberato settemila coloni. Settemila, capisci? E abbiamo dovuto portarli via di forza perché quelli non se ne volevano andare. Con l’esercito. Ora, sai quanti ne abitano in Cisgiordania? Sai quanti? Settecentomila.

Settecentomila, ripeto.

Credi che sia possibile sgomberare settecentomila persone e smantellare tutti i loro paesi, per quanto illegali?

Io mi sento di ribattere, e che fare allora? Siete stati voi a mettere la mani nella cacca. Per quanto Israele riuscirà ancora a sopportare degli attentati come quello che c’è stato in questo bar di cioccolate calde?

M. mi guarda in silenzio e si toglie il basco. Risponde, che fare? Degli estremisti come Bibi cercano di calcare la mano sul fatto che la West Bank non sia territorio palestinese, ma spetti di diritto ad Israele. Il suo governo cercherà di annettere i Territori, convincendo prima tutti che non sia per niente possibile sgomberare alcun insediamento. Ma non è così. Si può e si deve negoziare un ritiro dai Territori. Alcune colonie non possono essere cancellate, perché sono città che esistono ormai da cinquant’anni… però, te lo dico io da soldato israeliano, ricorda due cose: la costruzione di nuovi insediamenti deve finire… e anche se il nostro governo cerca di convincere tutti del contrario, si può raggiungere un compromesso ed eliminare parte delle colonie dai Territori. Anzi, bisogna che sia così.

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