Capitolo 7: “Une Génération perdue”

Nel settimo capitolo di “Festa Mobile” Ernest Hemingway si trova al 27 di Rue de Fleures, nell’appartamento-studio di Gertrude Stein. Lei gli sta raccontando della sua recente esperienza presso un garage dove aveva mandato a riparare la sua Ford Model T; il ragazzo, figlio del proprietario, sottovalutando l’importanza della riparazione, aveva fatto un pessimo lavoro ed il meccanico, per rimproverarlo, gli aveva detto: <<Siete tutti una génération perdue>>.

<<Ecco che cosa siete. Ecco che cosa siete tutti quanti>> disse Miss Stein.

<<Tutti giovani che avete fatto la guerra. Siete una generazione perduta.>>

<<Davvero?>> dissi io.

<<Sì>> insistette lei. <<Non avete rispetto per niente. Vi uccidete a forza di bere…>>

<<Quel giovane meccanico era ubriaco?>>

<<Certo che no.>>

<<E me mi ha mai visto ubriaco?>>

<<No. Ma i suoi amici si ubriacano.>>

<<Anch’io mi sono ubriacato>> dissi io. <<Ma non vengo qui ubriaco.>>

<<Certo che no. Non ho mai detto questo.>>

<<Il patron di quel ragazzo probabilmente era già ubriaco alle undici di mattina>> dissi. <<Ecco perché trova delle frasi così belle.>>

<<Non discuta con me, Hemingway>> disse Miss Stein. <<Non serve proprio a niente. Siete tutti una generazione perduta, esattamente come ha detto il gestore del garage.>>

Fu così che Hemingway rese famoso un termine che, tutt’ora, simboleggia un concetto, uno stile di vita, ma soprattutto tutti i grandi artisti degli anni ’20. Con “Generazione Perduta” si intende il senso di perdita; perdita di speranza, di fiducia, di valori morali, di scopo, di ottimismo. La Grande Guerra, infatti, aveva cancellato dalle menti dei giovani che vi avevano partecipato (ma anche di quelli che non vi avevano partecipato) l’idea che “chi si comporta secondo morale verrà ricompensato”. Giovani ragazzi umili e virtuosi morirono in guerra, oppure ritornarono a casa mentalmente o fisicamente menomati, ma soprattutto disillusi.

Questa sensazione di forte disillusione si ripercuote anche nelle produzioni e nei lavori degli artisti del dopoguerra. Basti pensare a “Al di Qua del Paradiso” di Fitzgerald, che nasconde la depressione della generazione degli anni ’20 dietro la maschera dell’Età del Jazz, o “Il grande Gatsby”, dello stesso autore, che vela la sensazione di depressione dietro ad una finta ed irraggiungibile felicità. Hemingway, invece, affronta sul piano letterario questa sensazione di perdita compiendo una forte innovazione sotto il punto di vista stilistico: vi è una continua ricerca dell’essenzialità, del realismo e della chiarezza. Vi è quindi una totale alienazione rispetto alla passata letteratura basata sulla finzione, l’interiorità e l’esilio spirituale, che viene fortemente criticata e, anzi, assurge a nuovo modello quello che poi verrà ripreso in continuazione durante tutto il corso del ‘900.

di Giulia Barison

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