Sapessi dove sono, amore.

Sapessi dove sono, amore. Profumo di libri gialli, mmmm. Ad ogni respiro mi sembra di soffermarmi con le dita su pagine dimenticate. Quelle ruvide ricordi? E che quando le volti scricchiola qualcosa nella rilegatura…come il risveglio di un grillo lasciato in letargo. Appoggio il mio computer al tavolone di legno verde, grandissimo! Ai lati lunghi trovo sedie foderate in pelle. Vedessi come è piccolo il mio mac, accanto a tutti questi cataloghi di sculture antiche e lexica di lingue morte. Quelli accumulano la polvere, il mio mac no. E te la soffiano in faccia tutta in una volta, quando provo ad aprirne i dorsi pesanti appoggiandoli sull’interno dei miei gomiti. Mi serve un appoggio, anche solo a guardali quei libroni. Mi serve un appoggio, qui, anche solo a guardarmi intorno. Dorsi di libri di ogni colore, trovo titoli in greco, latino, tedesco, inglese, Italiano!

Sapessi dove sono amore. Accanto a me una testa gigante di un dio. Avrei detto una gorgone, ma scopro che i suoi sono solo riccioli pesanti, e non serpenti…“non serpenti”, penso. “Sulla testa delle ali. Hermes!” Grida la mia memoria di storie, ma Hermes le ali le aveva sotto i piedi, mi sembra di ricordare. Ma forse no, e quella testa lì è di Hermes. Messaggero degli dei, giunto fin qui ad osservare chi ancora ha voglia di ascoltare il suo Olimpo.

Oh, sapessi dove sono amore. Sopra di me un soppalco, piccolo e stretto, persino moderno oserei dire. La ringhiera è verde ruggine. Lì ci vai solo se hai bisogno di altri libri, solo se hai il coraggio di salire, guardato da tutti. Vorrei salirci, ma non saprei con che sguardo curiosare…da esperta, ingenua o perditempo? Ho già fatto la mia figuraccia, al mio ingresso in questa biblioteca nascosta tra le scale dell’edificio: ho portato oltre la porta prima lo sguardo, poi il collo e infine un piede alla volta. Col mento verso l’alto ho chiuso quella porta altissima di legno bianco accompagnandola alle mie spalle, prolungando un cigolio che a me sembrava una canzone. Appoggiando il peso prima su un piede e poi sull’altro, così, ciondolando con lo sguardo fra i libri e respirandone il sapore a bocca aperta, sono arrivata al tavolo felice, con zaino e giacca. Ma il bibliotecario è corso subito a farmi notare, nella sua lingua ruvida ma ormai a me sempre più familiare, che lo zaino andava lasciato negli armadietti. Che scema! Entschuldigung, provo a sorridere. Mi porge un portachiavi in legno unito con lo scotch ad un pezzo di ottone, e con la chiave lì appesa apro un armadietto piccolo ma profondissimo. Sapessi amore mio. Anche quell’armadietto cigolava, ed era in legno, e con le pareti graffiate di giallo all’interno. Profumo di legno impregnato di libri grandi, mmmmm.

Sapessi dove sono, amore mio. Sono a Berlino, sono nel cuore della città, nel cuore di quella via famosa che unisce Alexanderplatz a Brandeburg Tor, sì esatto Unter den Linden, quel vialone lì che tutti conoscono ma che a nessuno piace davvero. Sono in quell’edificio a forma di H con la statua di un signore vestito da ottocento al centro dell’ingresso, Humboldt sì, l’esploratore dei due fratelli. Sono alla Humboldt, la Humboldt Universität sì! Quel sogno che si è realizzato non appena quel giorno, all’ingresso, ho letto per la prima volta quella frase tanto famosa, ma che nessuno ricorda mai veramente. Mi sono persa per le scale, ho guardato le foto di tutti quei signori famosi che hanno studiato o insegnato in questo edificio, che brividi. Portoni che si aprono solo avvicinandomi, e rivelandomi corridoi di marmo nero sempre più lunghi, soffitti altissimi e muri che profumano di pareti vecchie appena restaurate. Ho trovato una porta più piccola, di legno bianco, in un atrio secondario, alla fine di chissà ormai quale lato di quella H gigante. Ho trovato una porta e l’ho aperta. Oh, sapessi dove sono, amore mio. Profumo di libri gialli, mmmm.

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