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7. Vero come la finzione

Stranger Than Fiction (Vero come la finzione) è un esercizio cinematografico che offre una prospettiva inusuale sul tema della narrativa e, più in generale, della fiction.

Tutto comincia quando Harlod Crick (Will Ferrell), un impiegato modello del fisco statunitense la cui esistenza è regolarmente scandita da un orologio digitale, inizia a sentire una voce che narra la sua vita come farebbe un narratore onnisciente. Questo avvenimento sconvolge a poco a poco la vita di Harold, portandolo a interrogarsi sulle proprie scelte e sul valore e il significato della propria letteraria (e non) esistenza.

Lo strumento cinematografico rende possibile scindere e al contempo sovrapporre i due piani di Harold: quello della sua vita concreta e quello dell’elaborazione narrativa della sua storia, offrendoci sia il punto di vista di questo protagonista ritroso e spaventato dalle rivelazioni della narrazione, sia quello della narratrice apparentemente implacabile nei suoi propositi letterari. È attraverso questa possibilità che il film riesce a proporre numerose riflessioni senza scadere nella retorica e sempre con un velo di leggera ironia.

In primo luogo, una narratrice inizialmente inconsapevole si trova a dover fare i conti con la concretezza del suo personaggio e delle proprie storie. La “fiction” si rivela essere una vita reale, una vita in gioco, e l’autrice, che dovrebbe essere la creatrice di un mondo realistico ma, appunto, di finzione, scopre una nuova dimensione del proprio lavoro. Il trovarsi di fronte a un personaggio vero, che può anche ribellarsi (o, almeno, provarci) alle scelte del narratore e che ha una dimensione di realtà ben diversa da quella immaginata, porterà la narratrice a interrogarsi sulla propria responsabilità nei confronti delle vite che fino a quel momento ha maneggiato con, forse, troppo egoistico distacco.

HAROLD: I can barely remember it all. I just remember, “Little did he know that this single, seemingly innocuous event would lead to his death”.

PROFESSOR HILBERT: (overlapping) Aah, I’ll tell you… Hawaiian coffee is simply — What?

HAROLD: “Little did he know this…”

PROFESSOR HILBERT: Did you say, “Little did he know”?

HAROLD: Yes.

PROFESSOR HILBERT: Dear God. I’ve written papers on “Little did he know…”. I nearly taught a course on “Little did he know…”.

HAROLD: Oh.

PROFESSOR HILBERT: — Sonofabitch. Harold, “Little did he know” means there’s something he doesn’t know. That means there’s something you don’t know. That’s… Christ… the voice is literally a 3rd person. Did you know that?

HAROLD: No. I didn’t know that. I also don’t know what “innocuous” means.

PROFESSOR HILBERT: Harold. I want you to come back on Tuesday. No. You could be dead by Tuesday. Come back tomorrow. At 1.30.

La metaletterarietà del processo è se possibile ancor più dolorosa e affascinante quando possiamo assistere all’incontro tra la mente creativa e il personaggio che dovrebbe essere solo creato. Un confronto Frankenstein-creatura ma in una prospettiva di maggiore parità. Karen Eiffel (Emma Thompson), infatti, non sembra aver creato Harold, ma essersi solo impossessata della sua storia e averla manipolata attraverso la letteratura. Harold è una persona esattamente come lei, che dall’inizio del racconto ha trovato delle ragioni in nome delle quali lottare per la propria vita. Ed è proprio in virtù della propria concreta realtà che Harold avrà la facoltà di compiere una scelta non certo indifferente in favore della bellezza e della coerenza dell’opera di finzione.

Il tema del libero arbitrio e della responsabilità prende una declinazione particolare in questa storia: Karen sembra avere potere e quindi responsabilità rispetto alla vita di Harold, ma ne è, almeno inizialmente, inconsapevole, essendo convinta di stare semplicemente scrivendo un romanzo.  L’importanza quasi teologica del lavoro del narratore e quello del rapporto tra il manipolatore di storie/vite e i protagonisti di queste si trovano sospesi in una sorta di limbo conoscitivo. Harold sa dell’esistenza della narratrice e del fatto che sembra avere un’influenza su ciò che gli accade, ma non sa chi sia o come mettercisi in contatto, mentre Karen sa quali saranno gli sviluppi della sua storia/vita ma non sa della realtà di Harold. La prospettiva squisitamente letteraria di questa “teologia narrativa” è sottolineata dall’umanità difficile di Karen e dal suo bisogno di trovare delle ragioni che, come quelle che paradossalmente è lei stessa a fornire a Harold, la spingano a continuare a vivere. Il confronto visivo con la vita di Harold mostra fino a che punto la cifra umana della narrazione e le contraddizioni e le sofferenze del genio creativo influenzino l’operato dello scrittore. Un’umanità che, in questo caso concretamente, ne influenza un’altra fino a squassarla – una visione drammatica del rapporto autore-storia. È tanto più interessante, quindi, che le azioni di Harold siano spesso ambiguamente attribuibili, alle scelte dell’autrice o del personaggio. Una scena esemplare in questo senso è quella in cui a Harold viene chiesto di risolvere un calcolo complesso a mente, cosa che normalmente gli riesce senza problemi. Questa volta, però, interviene anche la voce narrante, e Harold commette un errore. La risposta sbagliata di Harold è dovuta al suggerimento della voce narrante, o questa si limita a riportare le sue azioni? Fino a che punto, in realtà, Harold è libero di scegliere? Karen sta semplicemente scrivendo un bellissimo resoconto di qualcosa che accadrebbe anche senza il suo raccontare? Fin dove si spingono l’influenza e la responsabilità dei vari personaggi e dell’orologio digitale?

A guidarci attraverso questa narrazione (non dimentichiamo che il tutto è inserito in una narrazione cinematografica) e i suoi meccanismi è il professore di letteratura Jules Hilbert (Dustin Hoffman), che dà a Harold e al pubblico gli strumenti per analizzare le storie che si dipanano di fronte ai loro occhi. Queste spiegazioni non rivelano solamente i meccanismi narrativi del romanzo di Karen, ma anche quelli della pellicola stessa. Il professor Hilbert fornisce, direttamente o indirettamente, giudizi critici su entrambe le narrazioni, le scelte degli autori, e al contempo cerca di capire le ragioni di queste decisioni. Anche se le sue delucidazioni dovrebbero rendere meno accattivante la storia, tuttavia il non sapere cosa accadrà poi, il bisogno di “voltare pagina”, si rafforza sempre di più, stuzzicato, come in un giallo, dalla possibilità di risolvere la conclusione della vicenda.

 

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