Il falso del fuori scala: come la macrofotografia non è realtà

Proprio a causa del suo funzionamento, la fotografia è sempre associata alla realtà: ciò che è in una foto deve essere esistito, almeno nel momento in cui è stata scattata. Di fatto, all’inizio della sua vita, la fotografia è stata usata come documento, diventando espressione del fotografo ed arte solo nel ‘900, con la diffusione di macchine fotografiche più economiche e comode da trasportare, supporti più facili da sviluppare e via dicendo. Per non parlare della rivoluzione del digitale e delle fotocamere integrate nel telefono, che hanno prodotto l’incredibile numero di immagini che ci passano davanti agli occhi durante la nostra giornata.

La foto è un mezzo molto potente in quanto non è strettamente la realtà, ma una sua rappresentazione, e dire che “tutto ciò che è in una foto è reale” è di certo un errore. Tralasciando banali e grossolane modifiche alla foto per dare realtà al falso, quali la manomissione di foto o Photoshop, nel riconoscimento di una realtà all’interno di un’immagine entrano in gioco molti fattori.

Prima di tutto, il vissuto di una persona gioca un ruolo molto importante: senza contestualizzare un’immagine, due persone che si salutano potrebbero essere madre e figlio, amanti, amici, etc. Ovviamente solo una delle opzioni è corrispondente alla realtà dei fatti, ma, solo osservando la foto, non si può determinare quale essa sia. In questo caso l’immagine è sia realtà (i due soggetti si sono salutati ed è stata fatta loro una foto) che rappresentazione della stessa (la relazione tra di loro che l’osservatore attribuisce).

Ma un altro tipo di straniamento della realtà è forse più interessante ed è il motivo per cui ho scritto questo articolo: il macro. Per chi non lo sapesse, la macrofotografia è una tecnica fotografica che permette di fotografare oggetti – spesso piccoli – da molto vicino, cosa di solito resa impossibile dalla distanza focale minima delle macchine fotografiche: servono, infatti, lenti o obiettivi speciali per fare macrofotografie. Usando il semplice espediente della vicinanza, la macrofotografia apre un’infinità di possibilità: può rendere visibile chiaramente quello che di solito non si vede o si fa fatica a vedere come la testa di una mosca, oppure permette di modificare la realtà, distorcerne le forme e le dimensioni, creando straniamento anche negli oggetti quotidiani, sfiorando (o raggiungendo?) l’astrattismo fotografico.

Usando l’espediente del fuori scala, comuni oggetti di tutti i giorni diventano irriconoscibili, o enormi, o ancora più piccoli. Senza un riferimento preciso, il cervello interpreta ciò che vede come meglio crede (come è successo qualche mese fa con il vestito blu/nero o oro/bianco che ha creato molta confusione sui social): può assumere che una moneta sia enorme o concentrarsi solo sulle linee e sui colori, astraendo quindi dalla realtà dell’oggetto data l’impossibilità del riconoscimento dello stesso; e, perdendosi nella contemplazione delle forme più semplici di comunicazione – linea e colore -, può aggiungere migliaia di significati a quello che vede, cercando immagini comuni all’interno del deforme, come si fa per gioco trovando oggetti nelle nuvole. Ed è qui che le possibilità di interpretazione dell’oggetto fotografato non sono più poche combinazioni, come nella foto dei due soggetti che si salutavano, ma infinite.

La realtà, nella macrofotografia, non è importante. La fotografia, nata come documento e ritenuta specchio della realtà, riesce ad allontanarsi dalla stessa così tanto da arrivare all’astratto. Il singolo e la sua mente, non l’oggetto della fotografia, diventano il vero determinante della realtà.

di Pietro Gozzi

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