L’anticristo del cinema contemporaneo ha un nome: Lars von Trier – III parte: La Trilogia della Depressione

Vi stavate chiedendo dove fossero finiti i titoli più scandalosi? Eccoli qui, gli ultimi tre film di Lars von Trier, i più discussi, i più conosciuti e i più incompresi dal pubblico, in particolare da quella massa di ragazzini invasati che camuffandosi da grandi critici cinematografici vanno in realtà al cinema solo per le scene di sesso spinto (le risate schiamazzanti che si spengono progressivamente in sala davanti alle scene di erotismo raccapricciante, decisamente lontano dal porno online a cui tanto sono devoti, appartengono a loro).

Copia di antichrisposterLa trilogia della Depressione, composta da Antichrist (2009), Melancholia (2011) e Nymphomaniac (2013), viene anche chiamata Trilogia di Nietzsche per i grandi richiami all’opera del filosofo presenti in tutti e tre i film: distruzione, demistificazione, assenza di valori assoluti e debolezza umana fanno da sfondo continuo alle inquietanti narrazioni di follia, morte e sesso dell’ultimo Trier. Se fosse per me chiamerei questo trittico “Trilogia di Charlotte Gainsbourg”, essendo quest’ultima la musa indiscussa del regista, nonché unica donna (ed attrice meravigliosa) ad aver sopportato la morbosa ossessività di questo pazzo isterico. Oltre a Nietzsche e Charlotte i film sono accomunati da un’attenzione maniacale all’estetica (fotografia in particolare) e alla musica: Wagner con tutto il suo furore tedesco fa da colonna sonora alle immagini della fine del mondo di Melancholia; sia Antichrist che Nymphomaniac presentano una scena quasi identica (l’ilarità nel vedere al cinema come quel megalomane si fosse autocitato nel secondo film non ha eguali) con il sottofondo di Lascia ch’io pianga di Händel; per non parlare infine del riferimento alla polifonia di Bach in Nymphomaniac, una vera chicca musicale inserita perfettamente all’interno della logica del film.

melancholiaParlare di tutti i film darebbe un immenso senso di appagamento alla mia logorroica natura, ma, come ho fatto per le altri parti di questa rassegna, mi darò una regolata e mi concentrerò solo sul più recente e controverso dei tre. I cenni visionari e onirici di Antichrist e il montaggio e la fotografia di Melancholia sono presenti anche in Nymphomaniac, compendio di tutti i temi tipici del cinema di von Trier e squisito esercizio stilistico, bello da vedere “con gli occhi” in tutte le sue riprese. Il film, diviso in due parti ed eccessivamente censurato in Italia (dove abbiamo rischiato di perdercelo per colpa delle sue immagini “scabrose”), parla di una donna ninfomane (ma dai?), Joe, che racconta tutta la sua vita di debosciata a un uomo apparentemente asessuato, Seligman. Quest’ultimo non è solo uno dei personaggi più interessanti della storia ma anche il motivo per cui il film è un continuo miscuglio di citazioni culturali e non (da Bach e il folklore tedesco alla pesca e James Bond): Seligman, infatti, sembra aver trasferito tutta la sua libido sui libri e sul sapere, divenendo l’interlocutore perfetto per una donna che parla solo di pratiche sessuali ai limiti della decenza. Il film ha ovviamente diviso la critica tra chi riteneva fosse un porno spicciolo con qualche pretesa intellettualistica e chi esaltava invece le incredibili capacità di regia di von Trier. E’ scontato specificare che io appartengo a quest’ultima categoria: penso infatti che oltre alle scene violente e molto spinte (che fanno parte di quella crudezza di cui parlavo nel precedente articolo con cui il regista cerca di turbare lo spettatore) ci sia molto di più in quella pellicola, a partire dai rapporti familiari e affettivi per finire con i temi di solitudine e malattia. Insomma Nymphomaniac è sia un cinico reportage di una condizione patologica che non sembra dopo tutto essere così lontana da noi, sia un accurato sguardo sulla psiche umana, che solo un maestro (e un malato a sua volta) avrebbe potuto inscenare.

Martina Barnaba

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