FEDELI ALLA LINEA
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Come ogni anno tornano le recensioni delle pellicole candidate agli Oscar come miglior film, e non solo. Ormai diventata una vera e propria tradizione collegiale, quest’anno però è stata arricchita dai contributi di autor3 altr3, al di fuori della redazione e della comunità collegiale, che ci hanno offerto le loro prospettive e punti di vista.
Similarmente, si potrebbe dire che un cambiamento di prospettive è stato il vero protagonista dei film candidati a questa edizione degli Oscar: basti pensare a La Zona d’interesse, che narra l’Olocausto cambiando radicalmente ambientazione, spostandosi dai campi di concentramento a un giardino apparentemente ordinario. Un film che, nelle parole stesse del regista Jonathan Glazer, vuole anche essere uno strumento di riflessione sul presente e sulle violenze genocidiali che il governo di Israele sta compiendo a Gaza, così come sulle politiche coloniali e di occupazione dei territori palestinesi in Cisgiordania che continuano ininterrotte e nel silenzio.
Un’altra pellicola significativa in questo senso è Poor Things!, che riscrive la storia di Frankenstein da un punto di vista femminile e che sovverte la struttura dell’omonimo romanzo a cui il film è ispirato. Alla protagonista viene data la possibilità di autonarrarsi, superando così il racconto esterno e patriarcale attraverso lo sguardo del suo creatore: da oggetto passivo, Bella diventa soggetto protagonista attivo.
Allo stesso tempo, però, esistono altri racconti e narrazioni che trattano temi altrettanto importanti e che non raggiungono il palco degli Oscar. È il caso di Green Border che affronta e denuncia la violenza di confine che le persone che intraprendono le rotte balcaniche sono obbligate a vivere. Nonostante il precedente successo al Festival del Cinema di Venezia, il governo polacco ha opposto resistenza alla sua candidatura nella categoria Miglior Film Internazionale. Pur non essendo più in programmazione nelle sale cinematografiche, invito a vedere questo film, che nella sua crudezza e realismo riesce a descrivere le politiche violente di respingimento ed esclusione attuate lungo i confini. La regista, infatti, non vuole fermarsi ai discorsi eurocentrici che privano le persone in movimento della loro soggettività, ma piuttosto far comprendere le conseguenze materiali delle differenze nelle opportunità di movimento, ancora retaggio di un’idea coloniale e razzista del mondo.
Il cinema ci permette di conoscere e avvicinarci a nuove prospettive, a cambiare sguardo sul mondo, in uno spazio sicuro, non solo con la semplice visione dei film, ma soprattutto attraverso lo scambio di riflessioni al di fuori dalla sala. Per questo, ringraziamo tutte le persone che hanno collaborato con noi nella realizzazione di questo numero (un po’ in ritardo) e che ci hanno permesso di espandere la conversazione oltre i confini della redazione e della realtà collegiale.
Immagine di Benedetta Traverso
