Editoriale

FEDELI ALLA LINEA

Del primo anno di università ricordo le ore di linguistica e lo sforzo di descrivere e rappresentare in uno schema gli andamenti, le variazioni, i meccanismi di uno strumento – la lingua italiana – che fino a quel momento avevo usato con naturalezza (e forse un po’ di ingenuità). La professoressa amava ripetere che studiare linguistica è «come andare dallo psicologo»: tra trascrizioni fonetiche e alberi sintattici, ho scoperto comportamenti linguistici e meccanismi inconsci, principi ormai assimilati e radicati in me, messi in atto sin dal momento in cui ho iniziato a parlare. 

A me affascinava soprattutto la possibilità di dare ordine al linguaggio, quel mezzo complesso e multiforme che, a sua volta, ci permette di mettere ordine nel mondo che ci circonda. Tradurre la nostra esperienza in suoni, assemblati secondo un ordine ben preciso; cercare, tra la miriade di combinazioni possibili, quella che meglio aderisce alla realtà che vogliamo descrivere: così la distanza tra noi e le cose diventa colmabile, così il mondo diventa descrivibile e, a patto che chi ci ascolta o ci legge condivida lo stesso codice, anche comunicabile

La rubrica di poesia (Linea Poetica), che costituisce la novità e il cuore di questo numero, nasce con l’intento di esplorare un codice, un linguaggio, con cui siamo in genere poco abituati a confrontarci. La scelta di affiancare alle poesie in lingua originale le traduzioni personali non vuole essere uno sterile esercizio: il valore di questa iniziativa sta nel processo attraverso cui studenti di lingue e appassionati di poesia si sono misurati con le diversità e le specificità del linguaggio in versi, nel tentativo di colmare la distanza tra due lingue differenti, cogliendo la pregnanza di ciascun suono, la sfumatura esatta di ciascun significato. 

Le interviste sanservoline (Sulla stessa linea) custodiscono, invece, un altro linguaggio, meno strutturato, ma nonostante ciò denso di affetti e ricordi: è il repertorio di esperienze e racconti, frasi e aneddoti raccontati da coloro che sono stati studenti quando Collegio era sinonimo di San Servolo. Ora che le ultime generazioni sanservoline stanno per finire il loro percorso di studi, ci facciamo eredi di un lessico famigliare che anche ad anni di distanza, in luoghi diversi, ci permetta di riconoscerci gli uni con gli altri e sentirci parte di un’unica stessa storia. 

Così come un bambino impara a parlare molto prima di studiare la grammatica a scuola e un adulto può padroneggiare la propria lingua pur non sapendo enunciarne le regole, allo stesso modo non è necessario conoscere gli ingranaggi di un giocattolo per divertirsi giocandoci. Noi di Linea 20, però, siamo bambini che amavano smontare i giocattoli e capirne il funzionamento. Ormai cresciuti, nelle prossime pagine smontiamo e osserviamo un po’ più da vicino ingranaggi e meccanismi dei linguaggi verbali, figurativi, teatrali, affettivi con cui riempiamo e diamo senso alle nostre esistenze. 

di Viviana Corazza

Immagine di Benedetta Traverso

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