Gli Oscar di Linea20: Il potere del cane

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Jane Campion torna dopo 10 anni di assenza dai grandi schermi con un classico western, Il potere del cane, dall’omonimo romanzo di Thomas Savage scritto nel 1967 e ambientato nel Montana degli anni 20. Fin dalle prime scene del film siamo trasportati nei paesaggi selvaggi e polverosi dell’America dei primi anni del 900; urla di mandriani ci trasportano indietro nel tempo in un mondo che resta ancorato alla tradizione.

Jane Campion, prima donna regista a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes per Lezioni di piano (1993), ci porta in un mondo maschile, svelando pian piano i segreti che il protagonista, Phil Burbank, interpretato da Benedict Cumberbatch, si porta dentro. Il film, diviso in cinque capitoli, inizia come un vero western ma si trasforma presto in un autentico thriller psicologico.

Su tutto ciò che Phil fa incombe il fantasma del suo mentore Bronco Henry, che sembra essere morto da una ventina d’anni eppure la sua memoria è ancora viva in Phil. Tutto ciò che Phil è lo deve a ciò che gli ha insegnato Bronco, suo mentore e forse qualcosa di più. È proprio col procedere del film che impariamo quanto profondo fosse il legame che i due uomini condividevano. Con la sua morte, il fratello George (Jesse Plemons) è chiamato a riempire il buco emotivo nella vita di Phil. Non appena George decide di sposare Rose (Kristen Dunst), una vedova che gestisce una vecchia locanda, Phil è consumato dalla gelosia. E’ proprio in quel momento che l’ostentata sicurezza di Phil inizia a vacillare, quando si trova nuovamente da solo.

Da quel momento in poi inizierà a dare il tormento non solo a Rose ma anche al figlio Peter (Kodi Smit-McPhee), un adolescente il cui comportamento sfida gli schemi tradizionali di mascolinità del tempo. Peter rappresenta la liberazione dagli standard imposti dalla società, la sua figura si trova in contrapposizione con la figura di Phil, che rappresenta l’emblema della mascolinità tossica. Allo stesso tempo Phil è la prima vittima del sistema che lui stesso reitera nelle sue azioni. È un uomo tormentato, torturato dai desideri repressi che porta con sé. É un grande insoddisfatto che non è mai riuscito ad entrare in contatto con sé stesso e che si è perso mente viveva secondo le aspettative e gli ideali di comportamento maschili. Phil è brutale col mondo che lo circonda e vulnerabile nel profondo, si aggrappa al ricordo di Bronco Henry e, forse, trova in Phil la persona con cui può condividere la sua vulnerabilità.

I conflitti interiori e la lotta contro le convenzioni imposte da una società fortemente machista, così come l’esplorazione della sessualità, sono temi che vengono trattati con grande delicatezza, acutezza ed universalità. Campion riesce a delineare perfettamente le ambiguità dei personaggi, i quali subiscono col procedere del film un eccellente sviluppo. Da uno sguardo, una parola o un gesto, lo spettatore riesce senza alcuna difficoltà a comprendere e a sperimentare il desiderio, la frustrazione e la repressione che provano i personaggi.

E’ proprio su questi piccoli indizi che si basa l’intera trama, che non si rivela mai chiaramente allo spettatore, lasciandolo con la volontà di rivedere il film una seconda volta per verificare le proprie conclusioni.

La grandezza e la sensualità della natura vengono catturati in maniera impeccabile dalla direttrice di fotografia Ari Wegner.
Insieme, Campion e Wegner, gettano uno sguardo femminile doppiamente fresco su uno dei generi più “maschili” del cinema – il western – e lo trasformano in uno studio psicologico dei personaggi.


Il potere del cane è un film complesso, pieno di sfumature che lo spettatore è chiamato a cogliere per comprenderne il significato. La rabbia, la nostalgia e un sentimento di inadeguatezza sono le emozioni che prevalgono durante l’intera narrazione fino al suo epilogo. Il potere del cane è un film potente, che lascia lo spettatore con il fiato sospeso e che sicuramente vale la pena di guardare, almeno una volta.

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