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Dalle Marche con amore

Le Marche: forse il nome al plurale o la mancanza di metropoli le rende una delle regioni più defilate nel panorama italiano, un po’ come il Molise. Eppure basta varcarne i confini per scoprire la bellezza del loro panorama: arrivando in autostrada, ci si trova immersi in una distesa di colli coltivati a grano e a girasoli, in borghi arroccati, stretti il più delle volte nelle loro mura antiche; in treno si costeggia il mare Adriatico per chilometri e chilometri, dal traghetto non si può che ammirare Ancona e il suo grande porto, dominati dall’alto dagli splendidi volumi romanici della cattedrale di San Ciriaco. Non ho mai raggiunto le Marche in aereo, ma il nome dell’aeroporto della regione, il Raffaello Sanzio a Falconara Marittima, promette bene.

Ebbene sì, a giudicare dalle direzioni di arrivo, aperte a trecentosessanta gradi tra Appennini, colline e mare, si può ben comprendere il nome della regione, Marche, che significa semplicemente “terra di confine”. E proprio dai loro confini e dalla loro apertura dipende la straordinaria ricchezza della loro cultura. Si pensi a Urbino, che sotto la guida dei Montefeltro e dei della Rovere divenne tra Quattrocento e Cinquecento una delle capitali artistiche e culturali del Rinascimento e vide operare tra le sue mura Bramante, Piero della Francesca, Raffaello e il suo geniale padre, il Laurana, Francesco di Giorgio Martini e molti altri. Si pensi a Loreto, altro grandissimo cantiere del Rinascimento, che seppe accogliere gli stimoli di Luca Signorelli, di Melozzo da Forlì, di Jacopo Sansovino, di Lorenzo Lotto e di molti altri. Da buon veneziano d’adozione, non posso non ricordare che alcuni degli artisti e delle opere che hanno influenzato maggiormente il panorama artistico marchigiano furono veneti: i fratelli Carlo e Vittore Crivelli in primis, con il loro rinascimento nostalgico della ricchezza del gotico cortese; Lorenzo Lotto, che morì oblato a Loreto e lasciò disseminati per la ragione dipinti che oggi sono il vanto di tante chiese e musei (di Jesi e di Recanati, per citarne alcuni) o lo stesso Tiziano, che dalla Serenissima inviò tutta una serie di pale d’altare e stendardi processionali, come la Pala Gozzi in Pinacoteca Podesti ad Ancona o lo stendardo di Urbino. Una mostra in corso presso la chiesa di San Filippo Neri a Fermo racconta, per esempio, come il Quattrocento locale sia il frutto eterogeneo di stimoli dalla vicina Umbria, dalla Toscana, dall’Abruzzo e dal Veneto, per culminare appunto nell’opera dei due Crivelli.

Ma se questo è un assaggio dell’arte marchigiana, non è da meno il patrimonio storico e archeologico. Lo stesso simbolo della regione, il picchio, rende omaggio a un’antica, ma attualissima, leggenda di migrazioni: i Piceni, infatti, dovrebbero il loro nome a questo uccello, che avrebbe guidato dal Lazio verso le Marche le popolazioni sabine. Se, da una parte, questo simbolo rimanda all’origine italica e ai suoi ricchissimi resti archeologici, dall’altra il nome del capoluogo – la splendida città di Ancona – tradisce una singolare origine greca: Ancona, dal greco ankon, significa “gomito”, in riferimento alla sua posizione a ridosso del promontorio del Monte Conero, tale per cui la città è tra le poche al mondo a godersi albe e tramonti sul mare. Per non parlare poi dei Romani, la cui civiltà ha disseminato di meraviglie architettoniche e artistiche tutto il territorio della regione, dai ponti di Ascoli, all’arco di Traiano ad Ancona, ai bronzi dorati di Cartoceto di Pergola, tra i gruppi scultorei bronzei meglio conservati dell’antichità.

Le Marche sono un libro aperto da leggere viaggiando, dato che ogni borgo conserva una serie infinita di segreti immersi in una natura unica. Se universalmente note sono le Grotte di Frasassi, capaci di ospitare intere cattedrali, e le spiagge della Riviera del Conero (quella delle Due Sorelle è stata giudicata tra le più belle d’Europa), è il paesaggio “quotidiano” a rendere le Marche di una bellezza struggente. Un manto di colline, disseminato di borghi e castelli, che dal mare ascende progressivamente fino ai Monti Sibillini: uno spettacolo che è possibile scorgere da qualsiasi borgo o città, ma che raggiunge il culmine per vastità e fascino a Cingoli, non a caso chiamato il “balcone delle Marche”. Il mare di colline precluso a Leopardi dalla siepe sul colle dell’infinito a Recanati diventa a Cingoli reale e inverosimile. Già, perché se mi sono sbilanciato dall’aspetto artistico, come non menzionare di sfuggita il più grande poeta della nostra letteratura? E visto che siamo in tema di giganti, Pesaro diede i natali al grande genio di Rossini. Non intendo procedere oltre, prima che questo articolo sfoci nella pubblicità. Forse ora capisco il perché del nome al plurale: le Marche celano ai più una bellissima moltitudine di anime e sfaccettature. Un racconto di storia e tradizioni, di colori e sapori che rendono la regione un ventre vibrante della nostra cultura. Una terra fragile, di una bellezza infinita.

 

Foto: Emanuele Castoldi

 

 

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