Perché andare a vedere Bob Dylan nel 2018

Un apprezzamento dei concerti del Premio Nobel per la Letteratura in occasione del suo ritorno in Veneto.

Le leggende hanno narrato fino allo sfinimento di quel giovane cantante folk venuto da una cittadina del Minnesota al Greenwich Village di New York, nel gennaio del 1961. Di come le sue canzoni parlassero alla coscienza collettiva di una generazione che cresceva all’ombra dei missili a Cuba, delle battaglie per i diritti civili e dell’assassinio di Kennedy. Blowin’ in the Wind, A Hard Rain’s A-Gonna Fall, The Times They Are A-Changin’ sono solo alcuni tra i titoli più significativi che catapultarono il giovane folklorista nel gotha della cultura pop, e che annunciavano il mondo che di lì a poco sarebbe arrivato. Infine, le cronache narrano di quel giorno di luglio del 1965, in cui colui che aveva raccolto l’eredità del grande Woody Guthrie decise all’apparenza di rinnegare il suo passato, imbracciando una chitarra elettrica e scioccando un pubblico che fino a quel momento aveva penduto dalle sue labbra. Fu così che la prima esibizione dal vivo di Like a Rolling Stone, uno dei pezzi rock più riconoscibili del ventesimo secolo, venne quasi sommersa dai fischi. Quel giorno iniziò davvero la leggenda di Bob Dylan, all’epoca ancora ventiquattrenne.

Da allora sono passati più di cinquant’anni, una trentina di album e oltre 3.000 concerti. Dylan, tuttavia, non ha mai smesso di attirare ammiratori di vecchia e nuova generazione, che sperano di scorgere nel settantacinquenne dall’aspetto fragile e dall’apparenza scontrosa un barlume del cantautore ribelle e geniale dei tempi che furono. Ma il punto è proprio questo: di quel Dylan coi capelli arruffati di mezzo secolo fa, all’apparenza, non rimane assolutamente niente. Così, molti fan rimangono sconvolti nel costatare che i classici che hanno ascoltato in adorazione a casa innumerevoli volte sono stravolti sul palco in nuovi arrangiamenti, se non proprio esclusi dalla scaletta dei concerti (basti pensare che è dal 2010 che l’indimenticabile Mr Tambourine Man non viene eseguita, e che la stessa Like a Rolling Stone è ormai una rarità nelle esibizioni dal vivo). Di per sé questa non è una novità, essendo dagli anni ’60 che le canzoni di Dylan subiscono una continua alterazione da parte del loro autore, ma spesso la prima impressione suggerisce che la voce ormai rauca di Dylan, e la band di accompagnamento ridotta all’essenziale, abbiano reso tali interpretazioni ancora più criptiche negli ultimi vent’anni. E inevitabilmente, ad ogni concerto non mancano le facce frustrate di coloro che già immaginavano Dylan sul palco con una chitarra acustica, mentre faceva cantare il pubblico sulle note di Knockin’ on Heaven’s Door. Ma il loro stupore è legittimo: perché un’icona della musica pop dovrebbe volutamente fare concerti poco apprezzabili dai fan più tradizionali e dai curiosi?

La risposta si trova in uno maggiori momenti di svolta della carriera di Dylan, il 1988. Sull’onda poco entusiasmante di un declino nella qualità delle composizioni così come nelle vendite di dischi degli anni ’80, l’ormai non più giovane Dylan dà inizio al cosiddetto “Never Ending Tour”, un programma di concerti serratissimo da oltre 100 esibizioni l’anno, che continua senza interruzioni fino ad oggi. A differenza dei suoi concerti precedenti, questi comprendono un accompagnamento ridotto all’osso, scalette imprevedibili e ben poca attenzione verso il pubblico o la location. Il ricorso a una vita costantemente “on the road” da parte di un artista che poteva benissimo riposarsi sugli allori è da interpretare in una chiave di ritorno alle origini, non sue, ma di quegli innumerevoli musicisti blues, folk, jazz che giravano l’America in condizioni precarie e, spesso, di anonimato, in un’epoca in cui non esisteva tecnologia per portare la musica alle fasce meno agiate della popolazione. Non è un caso che uno di questi artisti, Blind Willie McTell (1898-1959), dia il titolo a una canzone di Dylan del 1983, e che molti concerti dei primi anni del “Never Ending Tour” comprendessero cover di vecchi pezzi folk rispolverati dal musicologo Dylan. “I gotta go – cantava in una canzone appunto del 1988 – find out something only dead men know”.

Mentre il “Never Ending Tour” entra nel suo trentesimo anno, è possibile constatare come questa scelta di vita abbia beneficiato l’output artistico del suo autore. Dischi pubblicati dalla fine degli anni ’90 come Time Out of Mind, Love and Theft, Modern Times e soprattutto il meraviglioso Tempest del 2012, sono stati osannati dalla critica, e hanno dato a Dylan un nuovo solido repertorio per le sue esibizioni. Di conseguenza, i suoi concerti rappresentano un caso a parte nell’ambito di quegli artisti ormai settantenni che continuano a girare il mondo. Sia ben chiaro, vedere dal vivo mostri sacri degli anni ’60 e ’70 come Paul McCartney, i Rolling Stones, Bruce Springsteen o i frammenti dei Pink Floyd e dei Beach Boys costituiscono esperienze indimenticabili e consigliabili a tutti. Ma nessuno di loro dà l’impressione di essere effettivamente un artista in continua evoluzione, che insiste a voler confondere il suo pubblico a più di mezzo secolo dalla prima volta. L’ultima trovata di Dylan in questa chiave? Tre dischi di cover tratte dal “Great American Songbook”, il repertorio crooner di cui Frank Sinatra è stato l’indiscusso protagonista, pubblicati dal 2015 al 2017.

Nel suo trasformismo, Bob Dylan può essere considerato quindi l’ultimo artista rimasto fedele al suo ruolo nella storia. Mentre altri suoi colleghi hanno smesso di sorprendere il pubblico, e si sono adagiati in dischi e spettacoli ripetitivi e fortemente auto-celebrativi, Dylan continua ad ammaliare, confondere, e stupire quell’enorme folla di ammiratori che dopo 50 anni non ha ancora capito esattamente chi sia il loro eroe. Like a Rolling Stone magari non sarà più parte dello spettacolo, ma la sua domanda chiave sembra rimanere sospesa in ogni esibizione, provocatoriamente lanciata da Dylan verso il pubblico: How does it feel?

 

Di Arturo Gorup de Besanez

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