Note dal fronte orientale #17

Ora racconto una scena per quelli che si stanno a chiedere, chissà com’è la situazione delle donne in un paese arabo come la Palestina. Cercherò di farla il più breve possibile, ma voi intanto mettetevi comodi.

C’è M. che ha ventisei anni, A. che ne ha venticinque e Y. che ne ha ventitré. Sono tutte ragazze palestinesi e io e il mio compare ci sediamo con loro per trincare un chay. Loro fanno le dure e si pigliano un narghilè per ciascuna. Solo M. preferisce fumare sigarette: lei è l’unica che conosco bene e abbiamo organizzato sto appuntamento ché così mi poteva presentare Y., che è sua sorella e si sposa tra un mese, a ventitré anni. M. parla da Dio quattro lingue (a breve tornerà a studiare in Francia) e Y. solo due – più un pochettino di inglese, quindi cerco di parlare arabo e un babbuino lo parlerebbe meglio, siamo sinceri. Almeno così suona divertente.

E dov’è che andrai ad abitare dopo che ti sposi?

Riyadh!

Uhm, e perché Riyadh?

Luce dei miei occhi, perché là ci sono soldi!

Il mio compare mi scuote piano col gomito e conviene, non fa una piega, se ci pensi.

M. non smette di ridere, finisce la sigaretta e la spegne nel bicchiere del tè. Dentro il tè. A me parte un embolo che mi paralizza i nervi facciali. Le chiedo, ma cosa fai?

La cenere fa bene allo stomaco, mi risponde mentre beve. Lei è l’unica tra le tre che porta l’hijab – capiamoci, l’hijab quello che in occidente chiamiamo “velo” con lo stesso distacco con cui nominiamo una malattia terminale. Un giorno ci ha raccontato la storia: suo padre non le aveva mai imposto una regola che fosse una in tutta la sua vita, né a lei, né alle due sorelle, né al fratello. Non aveva mai indossato l”hijab. Ma un giorno sogna una voce che gli dice di cambiare vita e così decide di indossarlo. Potete credermi o prendermi in giro, ma per me i sogni sono importanti, quindi ho deciso di mettermelo, ci aveva raccontato. E suo padre, che non le aveva mai ordinato niente, si fa improvvisamente serio e le dice una cosa. Le dice che se mette l’hijab, allora non avrebbe più dovuto toglierlo. Perché l’hijab è un simbolo importante, capite? Non lo si può mettere e togliere come fosse un paio di mutande. Ne vale il rispetto della persona. Ora quando cammino per le strade lo sento, lo sento che la gente mi guarda con rispetto, non sparla di me. E non ho più fatto quel sogno.

Quindi mentre beve il tè con la cenere della cicca guardo anche sua sorella: Y. non ha mai portato l’hijab e ha dei lunghi capelli neri un po’ riccioli che le arrivano alla vita. Non la smette di farci ridere, pur non parlando inglese.

Ma ora che vai a Riyadh, là dovrai coprirti per forza, giusto?

Non capisco bene cosa risponde, ma suppongo che il senso sia pressapoco traducibile in “ma col cazzo che mi copro”.

Ma la legge è così in Arabia Saudita, ribatto.

Ma col cazzo io che mi copro!

Sua sorella M. si piega sullo stomaco e appoggia la fronte sul tavolo. Sussulta per le risate e si accende un’altra sigaretta. Mi guarda e scuote la testa.

Nemmeno M. porta l’hijab. Posso sapere perché?, le chiedo.

Anche lei mi risponde ridendo, perché l’ho tolto, non volevo portarlo.

Però!, esclamo.

Andrò all’inferno per questo, e a sentirla si scompisciano tutte.

Io e il mio compare ci scambiamo un’occhiata stranita.

E chi se ne importa, dice M., andremo tutti all’inferno, solo per il fatto che siamo sedute qui con voi ragazzi. Sarà per una cosa o per l’altra ma andremo tutti all’inferno. Tanto vale.

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