Note dal fronte orientale #15

Sveglia, Zan. Sveglia.
Apro gli occhi appena in tempo per trovarmi qualche mitra davanti al muso. Sotto le tende del buio serale ci siamo infilati dentro il checkpoint di Qalandya, per rientrare in Israele da Ramallah. I soldati di diciotto anni salgono sull’autobus per controllarci i documenti. Non faccio a meno di notare le facce scolpite a fianco a me. Le donne e le ragazze velate, qualcuna coi capelli sciolti, i vecchi con un bastone e la kufiyyah sul capo, dei bambini che nascondono il volto: tutti palestinesi. Sono un po’ rimbambito ma quantomeno mostro il documento giusto e mi risparmio gli interrogatori.
Stiamo tornando da Nablus, dove abbiamo qualche vecchio amico. Tra questi c’è A., un ragazzo piazzato e sorridente, gli occhi scuri e la barba folta. Come la maggior parte degli arabi, no? Solo che lui parla inglese davvero bene, pare quasi americano. La sua ragazza è belga.
Mentre zigzaghiamo tra i gatti (meglio: le pantere, visto quanto sono grossi) dei vicoli del Balata refugee camp, ci racconta un po’ di sé e un po’ di Nablus. Un po’ dei profughi e un po’ del suo amico a cui i soldati hanno sparato in testa. Nella città vecchia c’è il covo dei nostri compagni. Mangiamo. Alcuni ragazzi e alcune ragazze non li ho mai visti, ma siedono anche loro con noi. C’è R., una ragazza turco-oldanese.
Il nostro problema non è con gli ebrei ma con gli israeliani, spiega A. E meglio ancora: non con gli israeliani, ma con gli israeliani che vengono qua con le armi. Che bisogno hai di entrare in casa mia con un fucile? Prima bussi e poi sei il benvenuto, ma solo non se ti porti armi indosso. Diciamolo una volta per tutte: il nostro problema non è con gli ebrei.
È l’ennesima volta che sento ripetere sta cosa, dall’ennesimo palestinese.
Ma scusa, gli fa R., voi fin da piccoli non usate il termine yehudi per riferirvi a loro?
È così.
E allora come puoi crescere senza credere che il problema dei palestinesi siano gli ebrei?
No, beh, sui libri di storia si parla sempre di israeliani, non di ebrei.
Ho capito, i libri sono una cosa, ma il linguaggio con cui cresci fin da piccolo è molto potente… e poi non tutti leggono. Non finisci col prendertela con tutti gli ebrei?
Succede, sì. Ma se incontro qualcuno che commette questo errore io chiarisco immediatamente: il problema dei palestinesi non è con gli ebrei, ma con gli israeliani che sostengono l’occupazione militare dei Territori.
R. Non pare convinta. Insiste, ma non ci sono degli ebrei che credono che questa sera terra sia la loro terra promessa?
A. resta paziente. Sì, dice, ma la questione palestinese non è un problema di religione. Loro possono credere quello che vogliono, con la loro religione. In Palestina c’è un problema di occupazione militare, e l’occupazione militare la sta sostenendo lo Stato d’Israele, non gli ebrei. Crescere con quel termine, yehudi, e pensare che qui ci sia un problema legato all’odio verso gli ebrei è proprio l’obiettivo di quelli che sostengono l’occupazione. Tra l’altro, Israele è l’unico paese al mondo che pretende di identificare una religione con uno Stato-nazione. Capisci, R., che non ne verremo mai a capo se non cominciamo a chiamare le cose col loro nome?
Io ascoltavo rapito la discussione. Ora guardo i soldati di diciotto anni che mi guardano sottecchi, controllano i nostri documenti, scendono dall’autobus dopo aver fatto scendere i palestinesi che gli paiono sospetti. Ricordo quelle parole. Il nostro problema è l’occupazione militare, non gli ebrei.

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