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Note dal fronte orientale #3

Conosco Y. il giorno in cui esco con R., il mio compagno di avventura, diretto a Gerusalemme (leggi “diretto nei Territori”). Lei sembra più giovane di quel che è in realtà, quasi sulla soglia dei trent’anni. Noi notiamo lei e lei nota noi perché abbiamo delle origini in comune: siamo tutti e tre italiani, nonostante lei sia immigrata in Israele.

Voi siete ebrei, vero?, ci chiede.

Io e R. ci guardiamo in faccia e sorridiamo, no, non siamo ebrei.

Anche lei ride e si scusa, boh, io vi ho visto con tutti quei riccioli in testa!

Y. ha una carnagione pallida, due occhiali sottili le brillano intorno a gli occhi azzurri, i capelli biondi le poggiano sulle spalle intricandosi in cento serpentelli biondi.

Una sera parliamo assieme. Anche voi venite dal liceo, quindi, constata mentre i riccioli le dondolano in testa. Entrambi annuiamo. Pensate, ci confida, credo di aver preso zero quindicesimi alla prova di matematica della maturità, ed ero in uno scientifico. Avevamo una compagnia di fancazzisti pazzesca. Mai aperto un libro durante il liceo.

Io non capisco quanto sia seria. Ma com’è possibile aver preso zero quindicesimi?

Eh, non ho mai studiato, ti ripeto. Nella nostra compagnia ci si drogava e basta, si frequentavano i soliti posti e stop. Io non mi ricordo assolutamente nulla dell’Italia. Spesso e volentieri non ricordo nemmeno l’italiano. Dimentico le parole.

Ma com’è possibile, le chiedo, ci hai trascorso tutti i tempi del liceo! Non hai nemmeno amici in Italia?

Certo! Ne ho uno… anzi due. Però sento solo il mio babbo, ogni tanto, al telefono.

Io resto basito. Ma, ma perché?

Capiamoci, non è che non ricordo proprio nulla dell’Italia… però io non volevo più restare in quel posto, capito? Venivo da un paesino di centocinquanta abitanti, credo.

Aaah, R. muove il capo in segno di comprensione, e ci credo che ci si droga, allora.

Io mi gratto il capo, ascolto quello che Y. continua a raccontare. Ad essere sincera voi due siete i primi italiani con cui mi capita di avere a che fare che riescano a parlare in più di una lingua, a stare con altre persone intorno allo stesso tavolo. Io ad un certo punto mi sono stancata di quel posto. E quindi sono venuta qui in Israele, perché mia madre è ebrea, sicché io sono ebrea. E se sei ebreo puoi fare la aliyah, che è l’immigrazione in Israele per tutti quelli che vengono da un altro paese. Io potevo farla.

E io no?, chiedo.

No, tu no, perché non sei ebreo.

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