Diario palestinese #3: ISTANBUL

C’era un furgoncino che si avvicinava ad un ponte, e dopo quel ponte c’era l’Asia. E noi tutti stavamo su quel furgoncino, quindi ci avvicinavamo a quel ponte e, insomma, ci avvicinavamo all’Asia. Ironia del destino, passi un’intera vita a sognare spalancando gli occhioni di bambino davanti a mappe e mappamondi – e più questi sono grandi più te ne stai lì imbambolato a immaginare i tuoi viaggi sui piccoli spigoli che son le montagne e sulle linee seghettate che son le scogliere e le spiagge e sulle macchie e le macchiette nere bianche gialle e blu che son le metropoli e i deserti e i ghiacciai e gli oceani e leggi i nomi e le scritte ricoperte di simboli strambi in cui stravedi figure e storie di bestie e di bambini che se ne vanno lungo sentieri fra i boschi accompagnati per mano da chissà quali creature. Ironia del destino, dicevo, passi un’intera vita a fantasticare su posti su cui, sai, mai metterai piede, poi ti svegli una mattina convinto di andartene in Israele e ti ritrovi sul tardo pomeriggio a sfrecciare su di un furgoncino lungo un ponte trafficato, zeppo di fari d’automobile, verso il centro di Istanbul. Istanbul… quella città che, devi sapere, sorellina, è la porta d’ingresso che dall’Europa conduce al Medio Oriente.

Ad Istanbul, ci stavamo perché prima di arrivare a Tel Aviv, capitale de facto di Israele, ci aspettavano nove ore di scalo aereo: avevamo colto l’occasione per visitare la città. Noleggiata quella camionetta da guerra in Jugoslavia su cui ci stipammo peggio che in una scatoletta di tonno pressato, ci facemmo capire con l’autista a gesti per farci portare verso il cuore della città, almeno per quelle poche ore. Fu proprio in quei momenti – l’uno in braccio all’altra, e l’altra seduta sull’uno – che conobbi per bene uno dei migliori personaggi che avessi mai incontrato. Se avrai pazienza, non ti presenterò le compagne e i compagni di viaggio di tutta fretta, e li passeremo con calma. Avevamo tre accompagnatori: c’erano sì, Beppe e Lia, ed erano i capi supremi, i Generalissimi, quelli che sono Luce e Verità, ché prima comandava l’imperatore, ora comanda il lavoratore – ovviamente, amorevolmente, li sto pijando pei fondelli. E poi c’era sto qua, il fratello di Beppe, e sarà stato sulla cinquantina, operaio immigrato vent’anni prima in Canada, a Vancouver: aveva lavorato e lavorava ancora a metter giù collegamenti idrici dove ce n’era bisogno. Basso, nervoso, con gli avambracci da parer sbarre di acciaio inox e gli occhi da coguaro delle montagne. Lori, si chiamava, e mentre raggiungevamo Istanbul, mi raccontava dello Yukon, delle northern lights, del puma che gli era entrato in officina attirato dall’odore dell’acetilene, delle native delle terre del Nord che lavoravano a maglia, alcune vecchie e cieche ma lo stesso abilissime. Lo sentivi animarsi e squillare sciogliendo valanghe di parole a metà fra il cimbro-veneto e il canadese: gli chiedevo ehi, dici che ci sia da fare questo?, e lui rispondeva, ogni volta, aheam, yep!, nope! Oppure lo interrogavo, dubbioso, ma di che hai bisogno, Lori? E lui, g’ho bisogno de uno strainer. I mean, I really need a passìn, insomma. Pareva di parlare con Baden-Powell in persona, il fondatore dei boy scout: che onore, caspita. Sicché da quel momento l’avrei chiamato Lori BP.

Mentre attraversavamo quel benedetto ponte che ci conduceva in Asia, dal fondo del pulmino si sentiva la voce di Elvira che stava raccontando delle sue amicizie a Lamezia Terme, Calabbria, lei che studiava giurisprudenza economica acCrotone. Le conoscenze di quella erano roba da inchiesta giudiziaria per la procura di Roma: tanto per farti un’idea, addirittura aveva incontrato Mario Merlino, quello che, se hai un po’ presente la storia delle stragi di Stato italiane, aveva  fatto la spia agli anarchici su mandato dei fascisti, nei mesi di Piazza Fontana. Non che lo conoscessi, diceva, ma c’ho mangiato assieme. Lo diceva con quell’ingenua naturalezza, e ascoltandola il fegato mi si contorceva in preda ad un’epatite fulminante. Allora tornavo a buttare l’occhio fuori dal finestrino, per guardare il ponte appena passato, l’Asia e Istanbul che fra i fari delle auto prendevano forma nella realtà, fuori dalle mappe e dai mappamondi di quand’ero bambino.

Istanbul. Botteghe che esponevano tendaggi e tappetoni dorati si inerpicavano sulle stradicciole come venature che conducevano alla piazza di Sultanahmet, cuore pulsante di luci elettriche di quella città smisurata, in quella notte. Le stesse vie su cui s’affollavano profili mezzi occidentali e mezzi arabi e mezzi turchi e mezzi persiani, tanto che feci un tal miscuglio di profili mezzi qualcosa che lì in mezzo mi parve di vedere addirittura qualche inuit e qualche mapuche, con mia ovvia perplessità. C’erano la moschea di Sultanahmet,  gli obelischi che si ergevano a trafiggere il buio e il marasma di gente che turbinava  come masticato a gran bocconi dagli edifici, che erano le mandibole immense della città, e dalle mille automobili, i suoi denti di ferro. Riflettevo, a pensarci bene, era stata una cosa tutto sommato positiva che nostra madre si fosse preoccupata per i confini fra Egitto e Israele, e non per altro. In caso contrario gli si sarebbe crepato il cuore. Me ne resi conto quando quella mattina strabuzzai gli occhi scrollandomi il sonno di dosso, pigliai il primo treno della giornata per raggiungere l’aeroporto di Venezia e mi misi a leggiucchiare la Repubblica. Evidentemente, le notizie di altri problemi verificatisi proprio in quei giorni, e ben più gravi, non l’avevano raggiunta. Senza andare a scomodare il conflitto israelo-palestinese, la stessa città di Istanbul offriva una situazione dallo scenario molto poco rassicurante. Proprio quel giorno ne era capitata una da far rizzare i capelli: l’attacco ad un tribunale di Istanbul da parte di una formazione di estrema sinistra ai danni di un giudice che aveva assolto uno sbirro che aveva ammazzato a sangue freddo un ragazzo innocente, durante i giorni di piazza Taksim. Quattro morti, fra cui gli attentatori e il giudice: quattro o qualcosa del genere, non ricordo bene, in questo momento, mi perdonerai. E la lista delle magagne turche non finiva di certo con questo evento, figurarsi, e sta’ a sentire perché.

Arrivato in aeroporto, dopo aver trovato il gruppo gestito dai due Generalissimi e da Lori BP, composto da Riki e da Elvira e da tutti gli altri che ti presenterò in seguito, gli altoparlanti dell’aeroporto gracchiavano di già: divieto di ingresso in Turchia per tutti i passeggeri di etnia kurda, all the Kurdish passengers are not allowed to pass through the Turkish customs, dicevano, o qualcosa di simile. Sebbene quel gracchiare risuonasse tutt’altro che rassicurante, fra i denti stringevo il solito motto che mi aveva sempre accompagnato fino a quel momento. Mai paura, mi ripetevo, e mentre facevo conoscenza con i compagni del gruppo, cercavo di ricordare il perché di quelle disposizioni dettate a gran voce fra i gates. Allora rispolverai quel che avevo visto il giorno precedente sulle notizie di contro-informazione: in testa avevo le immagini delle manifestazioni kurde che erano sfociate in pesanti scontri – ora non ricordo se ad Istanbul o ad Ankara – fra le ombre della notte, per protestare contro l’intervento dell’esercito turco nella loro regione, il Sudest della Turchia: li si vedeva spuntare da tutte le stradicciole buie, i manifestanti, con i fiammoni delle molotov in mano, uno alla volta, e ste code di blindati e carri armati che scorrevano in fila indiana sulla strada principale. Devo ammettere che avevano parecchia mira – i kurdi, intendo – e centravano i gipponi e le camionette infallibilmente sulla cappotta, in un esplosione abbagliante di fiamme. Allora l’esercito rispondeva sparando e pompando gli idranti a gittate di trenta, quaranta metri, sparavano proiettili di gomma, sparavano proiettili veri. E i kurdi che sgattaiolavano di nuovo dietro ai bidoni e ai bussolotti, in strada, dietro alle mura, dietro alla notte. Oggi che per me sono passati già sei mesi da quel viaggio, il mio pensiero va ancora ai compagni che monitorano questa situazione delicata in Turchia, e a chi fra i miei amici se la vive nei panni di studente, fra la pulizia etnica avviata contro la popolazione civile kurda e la stretta autoritaria di un governo sempre più dispotico. Dobbiamo ricordarci, sorellina, se oggi sarà difficile dimenticare la strage di Parigi, non si potrà di certo dimenticare quella di Ankara così facilmente.

Nove ore non bastano per nulla, ovvio, se si vuole visitare un paese, ma per attraversare una porta sono più che sufficienti. Se poi servono per attraversare la porta che dall’Europa conduce al Medio Oriente, queste si rivelano addirittura calibrate. C’era la voce, il canto, la sinfonia del muezzin della moschea che rimbombava fra le vie della città, e c’erano le vagabonde che al ciglio della strada stringevano i propri bambini in fagotti di fasce, sotto alla pioggia di quel tardo pomeriggio già buio; c’erano i pinnacoli arabeggianti e aguzzi che s’infilzavano fra le stelle, e i venditori di qualche boccone di cibo che cercavano di attirarti al loro baracchino. Ecco la forma che prese Istanbul ai miei occhi fuori dalle mappe e dai mappamondi: una porta, sorellina. E pensai bene, stiamo arrivando in Medio Oriente. Ne sentivi il profumo che saliva da quelle immagini, dalla seta che copriva il capo di qualche donna, dalle forme del pane che si facevano tondeggianti, dal fumo dei narghilè che sapeva di frutta, sull’uscio dei locali. Pensai bene, eccola, sta porta. Sarà anche il momento di attraversarla.

Dopo aver messo sotto i denti una pannocchia unticcia di burro e aver abbandonato quel pulmino da guerra fredda, ci dirigemmo di nuovo all’aeroporto e ai suoi metal detectors – ti posso assicurare che quei modelli taroccati che usano ad Istanbul non avrebbero suonato l’allarme nemmeno se avessimo portato a tracolla e in bella vista un AK-47 –, per avvicinarci finalmente alla meta del viaggio, ché immagino ti starai pure chiedendo oh, ma quand’è che me ne parli di Israele e della Palestina? Quindi è il momento di darci una mossa. Ripassammo il controllo passaporti, e accadde questo: quand’è il mio turno mi avvicino al poliziotto di frontiera e gli allungo i documenti sotto il pertugio che gli permette di comunicare coi viaggiatori. Le sue mani ghermiscono le paginette belle linde e nuove del mio documento mentre quello da un’occhiata alla mia foto, un’altra alla mia faccia, un’altra ancora alla foto e, con adamantina professionalità, mi chiede ti piace la Turchia?, e contro-timbra il mio passaporto inarcandomi sospettoso un un cespo di sopracciglia.

Preferisco il Kurdistan, ad essere sinceri, penso, ma mica rispondo così, ché siamo solo alla dodicesima ora di viaggio, e vorrei farne come minimo altre ventiquattro senza finire preso a calci in qualche gattabuia. Almeno la frontiera israeliana, almeno quella, vorrei vederla. Allora alzo gli occhi al cielo – o meglio, ai riflettori dell’aeroporto – e rispondo, aeeehm, sì dai, niente male. Il furgoncino ci aveva portato in Asia, e pure c’aveva riportato indietro all’aeroporto. Ora si entrava in Medio Oriente per davvero, e me ne resi conto una volta per tutte quando entrammo al gate: i cappelloni spioventi sulle barbe bianche di qualche ebreo ortodosso, le kippah sui capelli lisci e pettinati degli israeliani, qualche araba velata e altri copricapi arabi bianchi e neri, bianchi e rossi. A veder una tale miscela di volti stranieri – ché poi ai loro occhi ero io che dovevo sembrare ancora più straniero, da buon cimbro-veneto – mi emozionai e capii che l’Europa, quella nostra Europa, beh, ce l’avevamo già alle spalle.

Insomma, c’era un aereo che si avvicinava al cielo dell’Est, e dopo quel cielo ci stava la Palestina. E noi stavamo su quell’aereo, quindi ci avvicinavamo a quel cielo. Quindi ci avvicinavamo alla Palestina.

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