“Painting with words” – L’Onironauta

Questo racconto è il frutto delle preziose lezioni di scrittura creativa dell’autore australiano Arnold Zable, writer in residence al Collegio Internazionale Ca’ Foscari nei mesi di novembre e dicembre. Attraverso la tecnica “painting with words” gli studenti del Collegio hanno realizzato brevi descrizioni di attimi, persone e luoghi, dando vita a scenari profondi e suggestivi.

Sono dentro le viscere palpitanti della città.

Questo posto senza fondamenta se ne sta sospeso tra l’acqua e l’orizzonte, in un avamposto strategico tra due mondi: occupa quella parte di universo che non è né cielo, né terra, né mare; è un luogo galleggiante tra dimensioni distanti.

Di notte, abita lo scarto sottile che c’è tra il sogno e la realtà, si anima di sussurri e passi leggeri. Dentro di lei mi faccio memore di sonni vissuti in un’altra epoca, dentro un altro corpo.

Percorro le sue venature, ci cammino attraverso e sento il suo sangue, nel mezzo del silenzio, rifluire tutt’intorno: la marea si agita sotto i miei piedi e, murata viva infondo a metri di cemento, si fa urlante. Cammino veloce, chiusa tra mura di pietra che sembrano farsi sempre più strette al mio passaggio. Le pareti arrivano a sfiorare il cielo, soverchiandolo fino a ridurlo ad un pezzo di stoffa nera, ormai irriconoscibile.

Quando la notte si inspessisce sopra la città, le calli diventano spifferi di vento infrangibile contro il mio corpo. Sono inseguita dai miei passi: il ticchettare costante della suola sulla pietra fredda ha preso il posto della mia ombra, persa nell’oscurità della strada; poiché, come ho detto, a volte di notte ci si smarrisce al confine dell’esistenza delle cose, quei suoni mi ricordano che faccio ancora parte di questo mondo di pietra.

Ogni tanto, tra uno scricchiolare e l’altro intorno a me, mi pare di udire un battito dalle pareti; si fa più profondo man mano che le venature di cemento si stringono intorno al mio corpo.

Mi manca il respiro, a metà di un portico chiuso tra la luce sabbiosa di una lampada e il verde acidulo rigurgitato dai tombini.

Così, per un attimo, ho perso il legame con tutto ciò che di concreto c’è, finché, con il respiro affannoso e il passo svelto, i miei occhi non si posano sulla figura di un senzatetto, rannicchiato in un angolo, al centro esatto di un sonno in cui non dover sentire freddo: se ne sta dove il ventre della città dormiente sembra meno ostile, dentro un letto che non può avere.

Dorme, in un’incoscienza profonda, solo sua.

È quella figura, così gracile dentro il freddo, a svegliarmi dall’apnea, sorprendendomi fin quasi allo spavento. Ma non di paura mi ferisce il cuore, bensì di una gelida rassegnazione. Così, in punta di piedi, per non svegliarlo, volto l’angolo, verso un altro sentiero sopito nel cuore di Venezia.

Sofia Cherici

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