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C’è un’infinita serie di possibilità, ho detto, e ognuna di esse genera un mondo. Siamo noi, dunque, gli unici artefici del mondo come lo conosciamo. Un mondo che un momento dopo è un altro rispetto a quello del momento prima. Esistono infinte scelte e infiniti mondi.
“Ferrovie del Messico” di Gian Marco Griffi non avrebbe certo bisogno di un’altra recensione positiva: voci ben più autorevoli della mia le hanno già pronunciate.
Dal canto mio, lo ammetto, tra la dozzina dei candidati al premio Strega ho scelto di imbarcarmi nella lettura di questo consistente volume (consistente è un eufemismo che utilizzo qui per non ammettere il leggero spavento alla prima vista del libro, che si dispiega su 800 pagine) motivata principalmente dalla presentazione di Alessandro Barbero – altro motivo, non meno importante: il desiderio di rivalsa personale nei confronti dell’abbassamento della mia soglia di attenzione mettendola di fronte a una simile impresa.
La scelta si è rivelata felice, su tutti i fronti: prima di tutto, ho avuto conferma di saper ancora svolgere un’attività ricreativa alternativa allo scrolling, rassicurazione non da poco.
Ma, per non finire fuori tema, ho anche riassaporato un gusto per la lettura che avevo perso da tempo. L’intreccio di storie parte dalla scrivania del povero Cesco Magetti, poco convinto soldato della RSI sofferente per un acuto mal di denti (eppure troppo pavido per affrontare il dentista), e arriva in Messico attraversando le vicende di un impiegato tedesco incapace di provare pessimismo e malizia, due ex-costruttori di ferrovie reinventatisi becchini al cimitero, una giovane bibliotecaria tormentata, un poeta-frenatore ferroviario, e infiniti altri personaggi dipinti con i toni di un realismo quasi–magico (esempio: la guaritrice sarda che vive da eremita nelle campagne astigiane). L’andamento labirintico e l’ostentata assenza di fretta del procedere del racconto hanno avuto per me l’effetto di una madeleine, riportandomi ai pomeriggi estivi degli anni del liceo durante i quali mi perdevo nelle prime letture importanti – pomeriggi di un tempo sconfinato, dilatato a dismisura da un’esperienza di gloriosa noia, di assenza di altro da fare, che è il cuore dell’adolescenza e della scoperta dei propri interessi personali. Di quell’epoca, aggiungo col senno di poi, avrei fatto meglio a recuperare anche l’abitudine a tracciare una mappa dei personaggi, dato che la trama di Ferrovie del Messico sfida il lettore con continui salti di tempo, spazio e voce narrante.
Il romanzo riesce così ad essere una lezione di storia e letteratura insieme, e, nel complesso, è un coltissimo esercizio di stile: narrativo, in primo luogo, grazie alla capacità di dare vita a un universo di vicende personali, in cui cambiano repentinamente voci narranti e tipologie testuali; linguistico, per la ricchezza lessicale e la disinvoltura nel saltellare tra registri linguistici diversi ricavando sempre grande forza espressiva delle parole; e sì, anche storico, poiché il principio alla base di tutto il complesso edificio narrativo è la casualità degli intrecci fra vite lontane nel tempo e nello spazio, il butterfly effect imponderabile del corso degli eventi – e, altra scelta interessante per un punto di vista storico sulla lettura, gli attori principali che si muovono sul fondale ricostruito in modo minuzioso e accurato sono persone ordinarie: i personaggi più noti compaiono marginalmente (in un capitolo Hitler litiga con Eva Braun riguardo all’abbigliamento più adatto per una serata importante), così come i grandi eventi (gli anni della guerra, che il protagonista ha vissuto da soldato, compaiono di sfuggita; la campagna di Russia emerge attraverso l’epopea personale di Firmino, amico fraterno di Cesco). «Ogni attimo è il frutto di secoli, e diecimila anni sono lo stesso di un secondo. Un uomo incide una parola sulla corteccia di una sequoia, un altro la abbatte per costruirci una casa, un terzo la bombarda» si dice un aviatore americano, verso la fine del romanzo, appena pochi momenti prima di bombardare e distruggere il cimitero di San Rocco che aveva fatto da sfondo a diverse scene della narrazione.
Chiudendo l’ultima pagina, mi sono sentita soddisfatta per una lettura bella, anche per la cura della forma grafica che ha impreziosito il volume con stampe sul retro delle due copertine.
La cinquina finalista è già stata pubblicata, e mi tocca tramutare il “perché potrebbe vincere” in un “perché avrebbe potuto vincere”, e la ragione che scelgo (lasciando ai professionisti i commenti critici e qualitativi) è quasi banale: perché è in grado di far riscoprire il piacere semplice di immergersi e perdersi tra le pagine di una storia.
