Gli Oscar di Linea20: 1917

tempo di lettura: 6 minuti

Sicuramente uno dei film più promettenti di questa 92esima edizione degli Oscar, 1917 alla vigilia della cerimonia era considerato tra i favoriti per la conquista dei riconoscimenti più prestigiosi. Il nuovo lavoro di Sam Mendes, premio Oscar per miglior film e miglior regia nel 2000 con American Beauty, esce dalla cerimonia “con le ossa rotte”: tre sono le statuette, ma in settori tecnici (fotografia, montaggio sonoro ed effetti speciali). L’exploit di Parasite ha infatti destabilizzato molte delle previsioni fatte alla vigilia della cerimonia al Dolby Theater, anche se non è comunque stato intaccato il riconoscimento a 1917 per la sua incredibile complessità tecnica. Mendes, a vent’anni dal film che lo ha innalzato tra i grandi nomi della regia hollywoodiana, stupisce nuovamente con qualcosa di inaudito, un’esperienza radicalmente diversa da ciò a cui lo spettatore è abituato, utilizzando uno stile narrativo bizzarro e tecnicamente ingombrante, quale l’artificioso piano sequenza che segue i protagonisti della storia.

TRAMA: 3 ½

La storia, semplice e coinvolgente, si svolge durante la prima guerra mondiale. A due soldati dell’esercito inglese è assegnato il compito di consegnare un messaggio ad un battaglione amico distante ore di cammino, così da potere evitare la morte inutile di migliaia di soldati. La trama in sé risulta molto lineare, quasi di accompagnamento al film, il quale invece si concentra sullo sviluppo dei personaggi attraverso azioni semplici e contesti realistici più che con eventi eclatanti. Nei primi minuti vengono delineati i profili dei due protagonisti, Tom Blake e Will Schofield. Il primo, emotivo ed impulsivo, trasuda amore per la famiglia e per la vita prima della guerra, raccontandosi ampiamente nei suoi dialoghi con Will, personaggio che, al contrario, rimane molto più riservato ed enigmatico. Il viaggio non pone interrogativi sui metodi della guerra, poiché la missione affidata esalta il ruolo e l’onere dei soldati. La campagna francese e le sterminate trincee sono ricreate con incredibile realismo e trasportano lo spettatore al fianco dei protagonisti. Il film si ispira a vere storie di guerra raccontate dal nonno del regista e si erige come un glorioso inno agli eroi inglesi che, lontani dalle loro famiglie e dalla loro patria, hanno rischiato la vita.

Regia: 4 ½

Il film è stato largamente pubblicizzato per la scelta di creare un finto piano sequenza che segue i personaggi per tutta la sua durata. In realtà i tagli ci sono e sono numerosi, ma l’obiettivo di creare un’esperienza coinvolgente è raggiunto. Per motivi tecnici legati alla realizzazione delle scene, alcuni momenti risultano “coreografati”, creando un ritmo che va a proteggere i protagonisti da imprevisti esterni al percorso tracciato. Questa forte coordinazione trasmette un generale senso di protezione, che fa sì che il punto di vista dei protagonisti sia sempre seguito da quello dello spettatore, tenendo quest’ultimo sempre incollato alla poltrona nonostante un ritmo narrativo fatto di molte attese. Tuttavia, la sensazione che a volte deriva da questa scelta stilistica è quella di trovarsi in un percorso ad ostacoli in cui, nonostante i soldati siano in un territorio ostile e sconosciuto, si percepiscono già tutte le difficoltà che dovranno essere affrontate, una dopo l’altra.

Una volta abituatisi allo stile, però, risulta possibile distinguere tutto ciò “d’altro” che circonda l’azione, ed è proprio allora che si può veramente iniziare ad apprezzare la carica simbolica di alcune scene e la profondità dei personaggi. Ciò che Mendes decide di non esprimere a parole, in un film che taglia al minimo il dialogo, è trasmesso dagli attori e dalla scenografia, entrambi caratterizzati da un forte simbolismo. Il film è diviso in due parti dallo svenimento di uno dei due personaggi, unico vero momento in cui si abbandona la continuità della scena. Questo momento risulta particolarmente significativo a livello narrativo e stilistico. Il regista sfrutta questo espediente per creare una delle scene più spettacolari del film, in cui Roger Deakins, firma della fotografia di importantissime opere e già premiato dall’Academy per Blade Runner 2049 nel 2018, si sbizzarrisce.  La fotografia esalta i paesaggi: l’alternanza tra scenari bellici e campagna morente viene usata come una tela su cui dipingere il cammino dei soldati, senza mai distrarre lo spettatore dall’azione principale.

Cast: 4

Dean-Charles Chapman e George MacKay, rispettivamente Tom Blake e Will Schoefield, sono i protagonisti assoluti di questo film, nonostante la presenza di numerosissimi attori famosi che ricoprono parti marginali, tra cui Benedict Cumberbatch e Richard Madden. Il cast è comunque tutto rigorosamente britannico. Nonostante il cast di contorno stellare, i due protagonisti sono stati scelti dal regista proprio per non essere volti non particolarmente noti al grande pubblico. MacKay risulta acronico, emana per l’intera durata della pellicola la solennità e la compostezza che nell’immaginario collettivo vengono collegati al grande conflitto. Il personaggio di Tom Blake, al contrario, si presenta come estremamente terreno; attraverso le parole rivolte a Will si fa conoscere in poco tempo, lo caratterizzano l’amore verso la famiglia e la trasparente volontà di riuscire a tornare a casa, luogo in cui conserva tutto ciò che ha di più caro. In modo diametralmente opposto non ci è permesso sapere nulla sulla vita di Will, che sostiene fedelmente l’amico e va avanti inesorabilmente, per amicizia o, perché no, per un ideale. I personaggi, e, di conseguenza, il film, si trattengono da aspre critiche alla guerra, anzi, ne esaltano la memoria e la dimensione eroica nelle azioni individuali.

I dialoghi non riflettono tanto sulla natura etica dell’azione quanto sull’importanza della missione. I comandanti vengono dipinti come comprensivi e umani, in dissonanza con una tradizione di film di guerra in cui critiche alla brama di gloria e potere personale non sono mai mancate.

Unico momento esplicito di riflessione, che però scivola rapidamente con il proseguire della narrazione, è l’aneddoto riguardante la medaglia al valore di Will, il quale senza vergogna annuncia di averla scambiata per una bottiglia di vino, “perché aveva sete”. Inciso, ma potente.

La guerra è poeticizzata, ma più nella dimensione individuale di ogni singolo soldato che nella natura stessa del conflitto. Non si dipingono stereotipi di parte, ma solo istinti animaleschi ed imperfette romanticizzazioni delle atrocità, come, per esempio, l’immagine dei ciliegi abbattuti. Il film non racconta la cattiveria dei tedeschi o la bontà dei britannici, ma concede allo spettatore un piccolo sguardo nell’intimità di quegli uomini che si ritrovano a svolgere un compito importante, e, seppur consci di ciò, non esiterebbero comunque un secondo a lasciare tutto e tornarsene a casa, reazione massimamente umana ad una situazione disperata.

Conclusione

Il film si conclude con un respiro e un accasciarsi contro un albero, esattamente come tutto era iniziato. Il finale potrebbe definirsi aperto, rimanda al principio e permette di interpretare tutto quello che è successo sotto una nuova luce, forse con maggiore chiarezza e sicuramente con maggiore umanità.

Mendes propone qualcosa di alternativo e potente rispetto al solito film di guerra, sente la volontà di superarsi e realizzare qualcosa di tecnicamente solido, con lo scopo di rinnovare ed esaltare l’esperienza dello spettatore. A nostro parere ci riesce: 1917 si rivela dall’inizio alla fine un’esperienza inedita ed unica nel suo genere, che fa uscire dalla sala soddisfatti ed entusiasti, dando una nuova interpretazione ed un rinnovato valore ad un film che si vende come principalmente d’azione e scontro, ma che nasconde un mondo intimo e personale.

di Michele Olmi e Matilde Tosi

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