Il vulcano che scrisse Frankenstein

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La storia della letteratura mondiale è costellata di colpi di genio, di coincidenze che, in un modo o nell’altro, hanno fatto sì che la penna giusta al momento giusto scrivesse un capolavoro immortale. Stando alla teoria del caos, per quel che ne sappiamo, la stesura della Commedia dantesca potrebbe essere stata la conseguenza del battito d’ali di una farfalla in Cina. Certo, fa sorridere, perché in un sistema tanto complesso quanto il nostro pianeta è pressoché impossibile immaginare di ricostruire con certezza una catena tanto lunga e confusa. Eppure, di almeno una cosa siamo quasi certi: se un vulcano non avesse eruttato in Indonesia, il Frankenstein di Mary Shelley non sarebbe quello che conosciamo. Partiamo dall’inizio.

Aprile 1815, Indie orientali olandesi, oggi Indonesia: una violenta eruzione scuote il Monte Tambora, distruggendo gli ultimi 1300 metri del vulcano e scagliandoli nell’atmosfera. Le conseguenze per l’area circostante sono devastanti: la cenere sostituisce la vegetazione, moderati tsunami si registrano in tutto l’arcipelago e le morti per fame e malattie raggiungono quasi il centinaio di migliaia. Questa novella Pompei, tuttavia, non si ferma qui. L’anno successivo si inizia a osservare una consistente nebbia che oscura il sole in diverse zone degli Stati Uniti orientali, causando un calo delle temperature con conseguente distruzione dei raccolti, congelamento dei laghi e un aumento dei prezzi per i prodotti agricoli, e spinge gli agricoltori americani a spostarsi verso il West, verso zone sconosciute, ma soprattutto verso climi più miti. L’Europa va incontro a un simile destino, con anomale tempeste di neve, piogge torrenziali e la più grave carestia del diciannovesimo secolo, che aggravarono lo stato già misero in cui versava la popolazione dopo le recenti guerre napoleoniche. Nel frattempo, il colera che fino ad allora aveva interessato solo le zone circostanti il fiume Gange, in India, si espande lentamente, aiutato dal freddo, raggiungendo Mosca e il Medio Oriente. È la prima pandemia colerica della storia.

Questo sconvolgimento climatico trasforma il luglio 1816 in un mese tetro e freddo. A Villa Diodati – la residenza che Lord Byron aveva affittato vicino al Lago di Ginevra – si cercano dei passatempi alternativi. Durante tre giorni di pioggia incessante, il barone, Mary Godwin, Percy Shelley e John Polidori (il medico personale di Byron) si distraggono leggendo racconti fantastici come la raccolta Fantasmagoriana e decidono infine di dilettarsi con una competizione di scrittura: avrebbe vinto il miglior racconto dell’orrore. Da questa gara informale nacquero l’incompiuto Fragment of a novel di Lord Byron, The Vampyre di John William Polidori (novella progenitrice della letteratura sui vampiri) e il famoso Frankenstein di Mary Godwin (che divenne Mary Shelley solo nel dicembre del 1816). La giovane scrittrice, allora diciottenne, fu infatti influenzata nell’atto creativo dalle cupe tempeste che tormentavano il lago di Ginevra, nonché dalle frequenti discussioni sul galvanismo e sulla creazione della vita che si tenevano alla villa. Un incubo più tardi, le parole già correvano sulla carta, immortalando nell’inchiostro l’atmosfera gotica e surreale dell’Anno Senza Estate.

Quindi, questo Ferragosto, se il maltempo vi dovesse costringere in casa, invece di stare imbronciati sul divano, consolatevi: due strade più in là, tra gli appunti di un altro bagnante deluso, potrebbe esserci una prima bozza del prossimo capolavoro letterario.

Foto: Iwan Setiyawan

 

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Un’altra traccia dell’Anno Senza Estate: in questo dipinto di William Turner si può osservare un cielo dai colori insolitamente caldi, causati dalla presenza di ceneri vulcaniche nell’atmosfera, che continuarono a tingere in modo spettacolare i tramonti d’Europa anche anni dopo l’eruzione. (Chichester Canal, J. M. W. Turner, 1828, Tate Gallery)

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