Gli Oscar di Linea20: Vice – L’uomo nell’ombra

tempo di lettura: 5 minuti

Siamo sicuramente davanti ad uno dei film più interessanti di quest’anno: un grande ritorno di McKay, che, a tre anni da La Grande Scommessa, ci riprova, recuperando l’idea descrittiva che era tanto piaciuta e che aveva portato il regista alla vittoria dell’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale.

Il film tratta di un passato molto recente, assumendo una forte coloritura politica e suscitando estreme divisioni nell’opinione pubblica, in particolare quella statunitense. Tramite l’espediente narrativo dell’autobiografia, McKay racconta la natura umana attraverso ciò che, a parere suo, la modella maggiormente: la tendenza al potere e al controllo. Non ci troviamo, infatti, davanti ad un caotico racconto degli eventi di maggiore rilevanza geopolitica degli ultimi trent’anni, ma al tentativo di ritrarre l’anima profonda che ha mosso questi eventi e che tutt’oggi definisce la nostra società.

La Trama: 4/5

Voto4

Il film si apre con il poco più che ventenne Dick Cheney, che, a causa di problemi di alcolismo, viene espulso dall’università, ritrovandosi con un lavoro umile e nessuna particolare prospettiva per il futuro. Dopo che è stato fermato ubriaco alla guida per l’ennesima volta, la futura moglie Lynne gli presenta un ultimatum che cambierà radicalmente il suo modo di vivere.

Ed ecco Dick, tre anni dopo, lavorare come stagista a Washington, dove verrà iniziato all’arte politica sotto l’ala del repubblicano Donald Rumsfeld. Fin da subito risulta chiara l’assenza totale di una vera ideologia politica in Dick: la stessa scena della “scelta del partito”, che ci introduce all’orientamento politico del protagonista, mostra come la decisione sia dettata più dal carisma e dall’incredibile retorica del politico repubblicano che non dalle idee che propugna. Le vicissitudini politiche di Cheney saranno le più molteplici, ma dopo questo primo impatto con la politica la sua influenza nella capitale non farà che aumentare: prima Capo di Gabinetto della Casa Bianca con il presidente Ford, poi rappresentante per lo stato del Wyoming e Segretario della Difesa con George H. W. Bush. Tramontate le speranze di concorrere per le presidenziali del 2000 perché non sufficientemente supportato da sondaggi interni al partito Repubblicano, si affiancherà a George W. Bush come vicepresidente, accumulando grandissimo potere in numerosi ambiti, in particolare politica energetica, politica estera, sicurezza e difesa. L’uomo nell’ombra, grazie a una minima esposizione mediatica, si ritrova quindi ad orchestrare l’esecutivo della nazione più potente del mondo senza incontrare alcun tipo di resistenza. Nel film vengono ripercorsi alcuni dei momenti salienti della sua vicepresidenza, tra cui il CIA-gate e l’utilizzo della tortura da parte del governo, l’invasione all’indomani dell’11 settembre di Afghanistan ed Iraq, la nascita dello stato Islamico, il supporto a Fox News e la manipolazione dell’informazione a fine politico.

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La trama abbraccia una considerevole molteplicità di temi, tanto da risultare  confusionaria e spesso superficiale nell’affrontarli. Quello che però è il vero scopo del regista risulta evidente e limpido: sottolineare il comune denominatore che lega questo vorticoso flusso di eventi, intrighi di potere e conflitti con la totale assenza di azione morale, o, se vogliamo, con la brama di potere, incontrastata e totale.

Se la teoria dell’Esecutivo Unitario (secondo la quale il Presidente avrebbe la libertà di ignorare ogni legge esterna che limiti il suo potere) rappresenta la realizzazione pratica di questa supremazia del controllo sui valori, il personaggio di Dick Cheney ne rappresenta l’essenza più profonda.

La Regia: 4.5/5

Voto4.5

Come già accennato, McKay non si accontenta di raccontare una storia, ma vuole innovare,  decidendo di potenziare la nostra percezione attraverso immagini allusive ed evocative che ci permettono di interiorizzare il messaggio che ci viene presentato, talvolta semplificandolo. L’utilizzo di allegorie naturali e immagini fuori contesto permette di fuggire ricorsivamente dalle chiuse e claustrofobiche stanze del potere, rendendo la narrazione estremamente dinamica, spostando l’attenzione dall’evento in sé alla sensazione che esso suscita. Singoli fotogrammi e rapide sequenze di scene apparentemente senza legame logico si prestano quasi da sottotitolo a ciò che sta accadendo; tra gli esempi più riusciti sicuramente la scena che vede Dick in colloquio con Bush, nell’atto di trattare i ruoli che il primo andrà a ricoprire in aggiunta alla vicepresidenza: il vero intento della scena traspare dalle diverse sequenze che mostrano la pesca e gli ami, evidenziando la trappola che Dick sta tendendo al futuro presidente.

Ritorna da La Grande Scommessa l’uso di cartelloni e scritte per accompagnare le parti più tecniche, risultando a volte eccessivamente didascalico e rallentando il ritmo. Il film ricorre anche troppo di frequente a soluzioni di questo genere, che assediano lo spettatore per due ore abbondanti, ma in questo modo regala  sicuramente un’esperienza inedita. Il finale, in particolare, sfrutta la rottura della quarta parete, con il protagonista che si rivolge direttamente allo spettatore, in pieno stile Frank Underwood di House of Cards (serie cui, tra le altre cose, il film è legato da analogie tematiche). Il vicepresidente giustifica ai suoi interlocutori tutto ciò che ha fatto, eliminando così ogni dubbio che potesse essere rimasto sul suo personaggio.

Il Cast: 5/5

Voto5

Tutti gli attori principali regalano performance memorabili, che hanno già raccolto il plauso da parte di pubblico e critica, guadagnandosi numerose nominations e premi.

Amy Adams e Christian Bale, già coppia in American Hustle di David O. Russel, funzionano perfettamente, regalando momenti di pura recitazione, improvvisandosi, per esempio, in un profondo dialogo shakespeariano. Bale, che compare tra i favoriti per la statuetta per migliore attore (forte della vittoria ai Golden Globe), stupisce tutti con una nuova sensazionale trasformazione corporea pari alle impressionanti prestazioni in L’uomo senza sonno, per il quale perse 28 chili, o il già citato American Hustle, nel quale arrivò a pesarne 92.

Degna di nota è anche la prestazione di Sam Rockwell, nei panni di un George W. Bush presentato come un inetto, una marionetta che pare contenta di lasciarsi tirare i fili, con l’unico obiettivo di stupire il padre ma senza nessuna vera attitudine alla politica né effettivo interesse nel detenere il potere.

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Conclusione

Le opinioni su questo film sono molto discordanti : c’è chi ne esalta l’innovazione e chi lo definisce un esperimento fin troppo pretenzioso. Sicuramente, nel bene o nel male, ci troviamo davanti a qualcosa di nuovo, in cui McKay non si accontenta di riproporci una formula già pronta ma si serve della politica e della storia per esplorare la vicenda molto più in profondità, senza scadere mai nella banale polemica antiamericana. La critica è estesa all’intera società, non tanto come entità misteriosa ed intangibile, ma come diretta realizzazione delle scelte individuali.

di Michele Olmi

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