Muro scaccia muro

Al Darodnicyn Computing Center, in quell’inverno, si era diffusa una strana epidemia. Il responsabile del centro di ricerca notò i sintomi dopo un paio di giorni, e si spaventò come tutti gli uomini che credono di vedere il demonio.

I suoi impiegati passavano ore davanti ai loro monitor, consumando miliardi di sigarette. Le stanze erano ormai dominate dalla foschia soffocante del tabacco e spesso regnava un silenzio ovattato, ragionato, impossibile da spiegare. Fissavano tutti uno strano testo fatto di puntini e parentesi quadre, ipnotizzati dalle lucine verdi che piovevano dall’alto verso il basso come fossero preda di una forza di gravità applicata all’informatica.

Per diversi giorni, le attività del Darodnicyn Computing Center diminuirono fino a rasentare l’immobilità. Molti ufficiali, ai piani alti, intravedevano l’occasione della vita: avrebbero finalmente trovato un buon motivo per far chiudere quella dannata Accademia, destinando milioni di rubli agli equipaggiamenti militari dell’Unione. Per evitare il peggio, il responsabile del centro strigliò tutti gli impiegati e chiese a gran voce la testa del responsabile. Cercava l’untore, e si ritrovò davanti un giovane di ventinove anni. Un tale Aleksej Leonidovič Pažitnov, un tizio dalla fronte ampia e dagli occhi divorati dalla stanchezza. Aveva un sorriso strano, quasi inquietante, e una certa ribalderia che sembrava impregnare tutto: i suoi passi, le parole, i gesti.

Quando il suo responsabile chiese spiegazioni su ciò che stava succedendo nel centro di ricerca, Aleksej fu piuttosto laconico. Disse che la gente si stava divertendo. Disse che aveva inventato una cosa capace di inchiodare le migliori menti dell’Unione Sovietica ad uno schermo nero e verde, e che tutti, dagli ingegneri alle segretarie, cercavano di effettuare il punteggio migliore.

Era il 1985. Sull’Unione Sovietica penzolava ormai la ghigliottina della storia, e con un ultimo sussulto le migliori menti del socialismo si resero artefici del più grande ossimoro della rivoluzione informatica, consegnando agli odiati “capitalisti” uno dei prodotti più venduti della storia moderna. In quei mesi, infatti, la storia dei videogiochi cambiò per sempre: era nato il Tetris.

La storia del Tetris può essere simpaticamente definita come un’ironia della sorte, forse perché nessuno si aspetterebbe mai che dal Paese serio per eccellenza – l’Unione Sovietica – sarebbe nato il padre di tutti i giochi della nostra era tecno-ludica. Un gioco in cui si attivano gli stessi neuroni che entrano in gioco quando dobbiamo programmare la nostra sopravvivenza, cercando di adattare l’esperienza a situazioni complesse; un gioco in cui il successo scompare istantaneamente, e gli errori rimangono fino a condannarci alla sconfitta.

Il Tetris è un gioco relativamente semplice: una complessa opera di carpenteria tradotta in linguaggio informatico. E allora, perché tutti ci hanno giocato, almeno una volta nella vita? Che cosa c’è di speciale in sette pezzi da quattro, che assomigliano vagamente a delle lettere? Perché in tanti hanno perso il loro tempo in un gioco in cui è impossibile vincere, dato che i pezzi S e Z (su cui Roland Barthes avrebbe potuto dire molto…) ci condannano alla sconfitta qualsiasi sia il modello matematico applicato?

Forse amiamo il Tetris perché fu molto di più di un semplice gioco. E mi piace pensare che quella diavoleria fu in grado di prevedere il futuro.   

Il Tetris fu il nuovo che scacciava il vecchio. Fu il muro virtuale che abbatté un muro ben più pesante, quello di Berlino: una diga umana assolutamente senza senso, figlia di un secolo che di lucidità ne ha vista ben poca. Uno dei primi prodotti a varcare tutti i confini degli uomini in nome del divertimento, del gioco che ci rende tutti bambini. Perché, si sa, tra i bambini non esiste l’odio.

E che cos’è il Tetris, se non una complessa opera di carpenteria tradotta in linguaggio informatico? Un muro etereo, da fare e disfare, che predisse le picconate che i berlinesi avrebbero inflitto alla stupida diga umana che tagliava in due la città. Fu un muro virtuale a scacciare il muro di pietra. Fu il principio della rivoluzione in cui oggi, che piaccia o no, viviamo.

di Federico Sessolo

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