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Faber e gli ultimi

di Sofia Barbieri

“Cantautore? È un termine vago, che non definisce nulla. Se proprio fa comodo un’etichetta, preferirei si dicesse trovatore, […] oppure diciamo cantastorie, cantafavole”. Così a Fabrizio De André piacque definirsi in un’intervista del 1967, rifiutando non solo l’appellativo di “poeta”, ma anche quello di “musicista”, termini che invece, a suo dire, non gli si addicevano. Divoratore di libri e amante della vita notturna, Fabrizio, “Faber” per gli amici, fin da ragazzo si vede interiormente spinto a rifiutare l’ambiente in cui era nato, la middle class borghese di Genova, per dedicare invece se stesso alla scoperta dei quartieri popolari e malfamati della città. Immediatamente, dunque, è chiaro il perché egli si definì “cantastorie”: sono infatti storie quelle che lui vuole raccontare, favole paradossalmente reali.

Ottimo esempio (e ottimo testo da cui cominciare a scoprire Fabrizio De André se per voi è solo un nome indistinto fra tanti) ne è la canzone La città vecchia, nella quale ci si mette davanti agli occhi un vero e proprio “presepio sociale” ( R. GIUFFRIDA – B. BIGONI, Canzoni Corsare, in Bigoni, Giuffrida, 1997, p. 85). La bambina destinata al “mestiere”, i quattro pensionati “mezzo avvelenati al tavolino”, il “tipo strano che ha venduto per tre mila lire sua madre a un nano”, queste sono le persone che interessano dal punto di vista umano e artistico a Fabrizio. Sono gli emarginati, gli intouchables della società che riempiono le viuzze “dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”, infatti, che si presentano come i più ricchi testimoni della realtà e, come tali, De André non sente il bisogno di inventare niente, gli basta semplicemente descriverli. Per questo motivo la descrizione dei luoghi e delle persone è quasi brutale, si direbbe verghiana a tratti, e spessissimo velata da un freddo e impietoso senso di critica sociale (“dove sono andati i tempi di una volta per Giunone/ dove per fare il mestiere ci voleva anche un po’ di vocazione”, “dieci mila lire per sentirti dire micio, bello e bamboccione”).

Via del Campo è un altro testo che, oltre a far venire i brividi all’ascolto, credo lasci trasparire appieno il concetto di humanitas deandreiana. Via del campo era ed è tuttora un vicoletto genovese, in particolare allora era famoso per essere luogo di travestiti (dove Fabrizio passò, tra l’altro, più di una notte), e sulle note di una melodia dolcissima passano velocemente sotto gli occhi quelli che, appunto, potevano e probabilmente sono stati davvero gli abitanti che lì vivevano. Interessante come nella canzone sia il personaggio femminile ad essere predominante, che, seppur scrollato di ogni sentimentalismo, è accompagnato da una musicalità soffice e ricorrenti richiami ai fiori, simbolo per eccellenza della donna intesa come oggetto di bellezza. Il breve colpo d’occhio a Via del Campo si conclude poi con alcuni dei versi più celebri, oggi scritti sul muro di una casa nella via, i quali riassumono in modo evocativo la pregnante attenzione agli ultimi del cantautore genovese: “dai diamanti non nasce niente/dal letame nascono i fior”.

Da ascoltare se siete interessati:

Bocca di rosa – canzone ispirata da un travestito con cui Fabrizio ebbe numerosi incontri; a differenza di Via del Campo, decisamente più carica di critica sociale.
La ballata di Miché – canzone ispirata da un fatto di cronaca realmente accaduto, tratta uno dei temi più interessanti e spesso ricorrente in Fabrizio: il suicidio.
La canzone di Marinella – una delle più famose canzoni di De André, ispirata anche questa da un fatto di cronaca davvero avvenuto, il testo-poesia è accompagnato da una ricerca musicale straordinaria.

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