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Dalla sua bocca scendono le parole “Non c’è più nulla da fare”. Ci passano dentro. Continueranno a scendere e scenderanno per sempre.
Le parole del luminare della medicina che ha in cura il padre del protagonista non lasciano scampo, così come Invernale di Dario Voltolini: non si scappa dalla conclusione, sappiamo fin da subito che il padre morirà, non ci viene risparmiato niente, tutto il carico di dolore ci viene spedito senza sconti, ma poco alla volta, distribuito su simboli, visioni ed enigmi.
Invernale è la storia di Dario che vede il padre spegnersi lentamente a causa di un batterio che ha proliferato nella sua carne viva, scoperta da un taglio provocato da una disattenzione, da una pausa dalla maniacale precisione con cui esercitava la sua professione di macellaio.
A partire da quell’incidente, qualcosa nel padre comincia lentamente a cambiare. Subentra un velo di stanchezza, che viene descritta in termini sempre meno innocui: i gesti del lavoro si fanno sempre più faticosi, gli spazi si dilatano e l’appetito diminuisce, mentre il narratore fin da subito non lascia spazio ad alcuna fantasiosa speranza. Prima per il padre, poi per Dario stesso, uno ad uno gli oggetti cominciano a perdere senso. Quasi a suggerire che nella prospettiva della morte tutto perde senso e anche se la diagnosi di cancro non è ancora arrivata l’effetto di questa prospettiva sembra quasi prevederla. Ma poi la diagnosi arriva, fredda, con il nome di “linfosarcoma prolifocitario”; e allora via con i viaggi in clinica a Villejuif, e allora via con nuovi esami e nuove cure sperimentali di cui il padre più che essere beneficiario è vittima, e allora via con una nuova spossatezza, che, diversamente da quella del lavoro, non lo fa dormire.
Dario e la sua famiglia precipitano silenziosamente in una spirale di dolore in cui la speranza sembra non esserci fin da subito e il dolore diventa abitudine – ma rimane pur sempre dolore. Ed è con questa paradossale abitudine che la vita della famiglia di Dario, quasi proverbialmente, va avanti:
La vita, che non sa fare altro, procede.
Nel frattempo, il corpo del padre è il campo di battaglia della guerra tra il linfosarcoma e la vincristina, il farmaco antitumorale, una guerra che colpisce anche “le popolazioni innocenti di tendini e cellule nervose”. Dopo mesi di attacchi e contrattacchi, il generale vincristina è però sconfitto e la guerra è persa. Si fa un ultimo disperato tentativo; fallisce.
Ogni parola, ogni immagine, ogni sequenza di eventi è scelta dall’autore per trovare un modo di aprire un varco in quel velo di silenzio che lo ha diviso dal padre e dal mondo nel periodo della malattia. Non c’è dunque intimità tra Dario e il padre al tempo della storia, i due si scambiano poche parole, parlano solo una volta della malattia: insomma, sono distanti. È poi nelle centoquaranta pagine del romanzo che questa intimità viene costruita, il Dario adulto che scrive si fa tutt’uno col padre, rivela con precisione e verosimiglianza i suoi pensieri e lo fa così bene che sembra che quella distanza dopo anni si sia finalmente ricucita.
Dove vorrebbe essere ora? In un luogo privo di accessi ma in cui avvengono novità che non possono essere inventate? O semplicemente dov’è e dove è stato, senza distrazioni né esterne né interne, davanti a una folla che vuole, normalmente, comprare, come sempre, carne?
Le parole non dette vengono compensate così, con il recupero a posteriori dei pensieri, delle visioni e delle paure che il padre malato non riusciva trasmettere al figlio – o che forse il figlio non riusciva a recepire e che anni più tardi arrivano finalmente a destinazione. Viene data voce a ciò che era dentro al padre malato ma che in quei giorni di attesa esiziale non riuscì ad uscire, quasi a suggerire che il dolore poi non è altro che questo: avercelo dentro ma non poterlo far uscire.
Questo nuovo rapporto tra i due è costruito con una scrittura chirurgica, puntuale, a tratti poetica, ma sempre naturale, senza mai una parola di troppo. C’è dunque tra l’arte del padre macellaio, che richiede una certa precisione nel ricavare dalla carcassa dell’animale i tagli di carne, e quella del figlio scrittore una certa corrispondenza, che attesta il riavvicinamento tra i due.
Dario Voltolini scrive un racconto compatto, ma non da leggere in poco tempo. È richiesto infatti un indugio su certe pagine per interpretare la danza di visioni, ricordi e urla mute. Una danza senza musica in cui padre e figlio si conoscono di nuovo, ma senza la pretesa di colmare quel vuoto incolmabile che la morte di un padre apre in un figlio.
