Il Giappone oltre le metropoli e gli stereotipi – IV

Nagano

tempo di lettura: 5 minuti

Quando a settembre ho iniziato il mio tirocinio, non pensavo che il caldo umido dell’estate sarebbe durato ancora per molto. Purtroppo mi sbagliavo, ma siccome volevo a tutti i costi evitare i treni stipati delle ore di punta, stringevo i denti e, cercando di ignorare il caldo, al mattino e alla sera percorrevo a piedi i due chilometri tra la mia casa e il lavoro. Questo mi ha messo una gran voglia di verde, di boschi e di ombra.

Il primo weekend di ottobre, con un’amica ho preso un autobus per Nagano, città capitale della prefettura conosciuta per le “Alpi giapponesi”. Non ci siamo spinte così in alto, ma ci siamo allontanate dalla città per raggiungere il parco Jigokudani. Forse il nome – che significa “valle dell’inferno” – non vi dirà nulla, ma è in realtà molto conosciuto: è il parco in cui le cosiddette “scimmie delle nevi” fanno il bagno nelle acque termali durante l’inverno. Per raggiungere le scimmie si deve attraversare un piccolo tratto di bosco, ma siccome questi animali spariscono tra le montagne molto spesso, all’ingresso del sentiero ci sono i cartelli che avvisano i turisti della loro presenza o assenza, così da evitare delusioni alla fine della camminata. 

Noi siamo arrivate al momento perfetto: il parco (molto più piccolo del previsto) era pienissimo di scimmie, che camminavano indisturbate tra i turisti; se ne stavano intorno alla pozza di acqua termale – senza entrarci perché a inizio ottobre era ancora troppo caldo – a sgranocchiare mele, il prodotto più famoso della prefettura di Nagano, e giocando tra loro sembravano completamente indifferenti alle macchine fotografiche puntate sui loro visi rossi. Dopo una decina di minuti, come se l’orario fosse stato già deciso in precedenza, si sono avviate tutte insieme verso la montagna: entro qualche istante, le decine di scimmie che poco prima affollavano il parco erano completamente sparite. I tentativi dello staff di attirarle con offerte di cibo sono falliti, e i turisti appena arrivati non hanno avuto altra scelta che tornare indietro rassegnati.

Da lì, salendo a bordo di un autobus quasi vuoto, abbiamo raggiunto il villaggio termale in cui si trovava il nostro ryokan: Yudanaka Onsen, un nome che letteralmente significa “bagni termali in mezzo al campo di acqua calda”. Era un villaggio davvero minuscolo, con solo qualche ryokan, due o tre ristoranti, una piccolissima stazione da cui partiva il treno locale per Nagano, e le colline tutt’intorno. Il proprietario del ryokan, un vecchietto dagli occhi vivaci, era entusiasta di avere due italiane come ospiti, perché era un grande fan di Alberto Tomba. Ci ha regalato due mele: forse era la suggestione del momento, ma mi sono sembrate davvero le mele più buone che avessi mai mangiato. La sera abbiamo cenato in un piccolo locale specializzato in chanko nabe, una sorta di zuppa che consiste in una pentola di brodo, posizionata direttamente su un fornellino al centro del tavolo, dentro cui vengono cotti svariati ingredienti, in particolare carne e verdure; quando i clienti hanno mangiato tutto, il master arriva con noodles molto larghi (simili a tagliatelle) da versare nel brodo rimasto. Abbiamo passato un paio d’ore a bere birra Sapporo e a mangiare verdure bollite (che grazie a quel brodo sono molto più saporite di quanto si possa immaginare) e a sentirci fissate dai vari poster di lottatori di sumō alle pareti: il chanko nabe, infatti, è un tipico alimento per gli atleti di questo sport, e finita la cena il proprietario ci ha regalato un poster, scritto in kanji fittissimi, che con un po’ di ricerche abbiamo capito essere un cartellone di un torneo di sumō, con tutti i nomi dei lottatori, la rispettiva prefettura di origine e l’ordine dei match. Era la seconda volta che ricevevo un regalo dal proprietario di un ristorante sperduto – la prima era stata la tazza di Sado – e ora il poster è appeso alla porta della mia camera. 

Tornate al ryokan, abbiamo approfittato della quasi totale assenza di altri clienti per goderci gli onsen privati della struttura. Gli onsen sono bagni termali naturali, tipici in tutto il Giappone, nei quali è vietato indossare qualsiasi tipo di indumento. Esistono anche molte altre regole, tra cui il divieto di tatuaggi: proprio per questo motivo non avevo mai provato un onsen, ma quella sera eravamo in una struttura privata riservata ai clienti, quindi la regola dei tatuaggi non valeva, e inoltre non c’era nessun altro cliente che ci controllasse. Il primo onsen era un rotenburō, cioè un onsen a cielo aperto. Siamo rimaste a bagno nell’acqua quasi bollente nel buio della sera, a guardare le stelle sopra di noi e ad ascoltare il silenzio. La mattina dopo abbiamo provato il secondo, quello al chiuso: l’acqua era davvero bollente, e sopra vi galleggiavano alcune mele. Dopo questo bagno rigenerante siamo partite per tornare in città, a Nagano, dove abbiamo passeggiato in attesa dell’autobus per tornare a Tokyo. Siamo state fortunate, perché era un fine settimana di matsuri, cioè del festival dedicato al tempio principale della città. Le vie erano piene di gente, di esibizioni, di bancarelle di cibo e di decorazioni. Abbiamo percorso il viale principale, a metà ci siamo fermate per mangiare soba, un piatto tipico della città, e poi abbiamo proseguito fino a raggiungere il tempio: uno dei più belli che abbia mai visto, perché sebbene fosse grande e affollato, principalmente si trattava di persone del posto che si erano recate qui in occasione della festività. Si respirava un’aria di forte spiritualità, sembrava possibile percepire la speranza e la positività che le persone portavano nel cuore mentre battevano le mani per attirare l’attenzione delle divinità dopo aver fatto un’offerta. È stata la perfetta conclusione di un weekend molto speciale, e anche un ottimo ricordo a cui aggrapparsi quando, il weekend successivo, ci siamo dovute barricare in casa per oltre due giorni a causa di un simpatico tifone.

2 pensieri su “Il Giappone oltre le metropoli e gli stereotipi – IV

  1. Che bello… è la prima cosa, semplice ma esplicativa, che ho pensato.
    Mi piacerebbe un giorno visitare il Giappone così come lo stai vivendo tu, fuori dalle strade battute dai turisti.
    Più scrivi, più invogli… quindi continua, per favore 😁

    "Mi piace"

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