Pensieri sull’Europa tra Tokyo, Seoul e Taipei – Parte 2: Taipei

Riflessioni varie di una turista qualsiasi durante i suoi viaggi in solitaria

tempo di lettura: 4 minuti

Mesi dopo, a fine settembre, sono andata a Taipei, capitale di Taiwan. All’arrivo, il timbro sul mio passaporto recitava “Republic of China” (la dicitura ufficiale con cui si riconosce Taiwan), ma in realtà il mio Paese, che ha emesso quello stesso passaporto, non riconosce questa repubblica, perché la considera parte della Cina continentale. Guardavo quel timbro e mi chiedevo: dovrei dire di essere stata in Cina? Eppure, la gente di qui non si considera cinese. Solo l’idea di trovarmi in un territorio il cui status internazionale è così ambiguo mi ha portata a immaginare cosa possa significare sapere che un gigante come la Cina rivendichi la propria sovranità su tutto ciò che considero casa, sapere che il governo che manda avanti il mio Paese non sia riconosciuto come legittimo dalla maggioranza dei paesi mondiali, e per questo non possa nemmeno far parte delle Nazioni Unite. Non sono riuscita a immaginare cosa si possa provare, perché per fortuna il mio Paese si chiama Italia per tutti, nel mondo. Sono piccole cose che ho sempre dato per scontate, perché nessuno è mai venuto a dirmi: “Ciao, sai che da oggi qualcuno ti considera parte della Germania e non puoi farci niente?”. Camminando per Taipei, non mi sembrava che le persone fossero particolarmente sull’attenti: probabilmente non fanno nemmeno più caso al fatto di “non esistere”, perché per loro è normale così. Per me, è assurdo solo pensarlo.

Passaporto italiano che contiene un biglietto per Taiwan, paese non riconosciuto dall’Italia.

Oltre allo street food buonissimo e super economico, l’altra cosa che mi viene subito in mente se penso a Taipei è la pioggia incessante che mi ha accompagnata per tutto il primo giorno del mio viaggio e per metà del secondo. Una pioggia umida e torrenziale, come in Europa non ne ho quasi mai viste: stava per arrivare un tifone. Sul volo di ritorno, ci hanno detto di mantenere le cinture allacciate perché forse ne avremmo incontrato uno sulla nostra traiettoria. Sembravano tutti tranquilli ma io ero nel panico: in che senso, volare attraverso un tifone? 

Pioggia al Tempio di Confucio, Taipei

Alla fine non è successo niente, ma due settimane dopo il famigerato tifone Hagibis ha deciso di abbattersi su Tokyo: l’acqua e il pane erano quasi introvabili e per le 48 ore che ho passato rinchiusa in casa di un’amica – per farci forza a vicenda – non ho mai smesso di aggiornare i canali di informazione per sapere se alla nostra zona fosse stato dato o meno l’ordine di evacuazione. Nemmeno in quell’occasione è successo molto, in realtà: a quanto pare, il nostro quartiere è rimasto all’interno del cosiddetto “occhio del ciclone”, dove tutto è calmo mentre al suo esterno si scatena la violenza del vento (infatti ci sono state vittime e parecchi danni), ma mentirei se dicessi di non aver provato alcuna paura. Di nuovo, ho pensato all’Europa: abbiamo anche una posizione geografica privilegiata, riparata dagli oceani e quindi meno soggetta a questi disastri atmosferici, eppure non ce ne rendiamo conto e anzi, forse a causa dei cambiamenti climatici stiamo rinunciando a questo privilegio senza mai averlo apprezzato. 

Un pensiero su “Pensieri sull’Europa tra Tokyo, Seoul e Taipei – Parte 2: Taipei

  1. Rimanere intrappolate-i in un aereoporto o in un aereo dove non c’è possibilità di chiamare è un incubo soprattutto quando ci sono delle persone nervose ma l’Oriente e l’Europa non c’entrano niente, trovarsi in un aereo che sta per decollare e sentire di botto gli pneumatici frenare è un altro mezzo incubo però ne vale la pena anche se piove a dirotto, tutto dipende da quale punto guardi il mondo….

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