Venezia annega

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Venezia annega. E invece di lanciarle un salvagente, stiamo bevendo l’acqua che ci affonda con una cannuccia. 

Ho vissuto a distanza ogni minuto dell’acqua alta straordinaria della sera di martedì 12 novembre, l’acqua più alta degli ultimi 50 anni. Mi sono preoccupata per i miei amici, isolati a San Servolo senza luce; mi sono preoccupata per le centinaia di persone confinate in casa, a rischio incendio e cortocircuito, a cercare di salvare il possibile e limitare i danni. Mi sono preoccupata per San Marco, la cui cripta è stata completamente sommersa: i danni saranno irreparabili. Mi sono preoccupata per tutti i monumenti unici di Venezia, che una volta spazzati via non torneranno mai più, per i mosaici di San Marco, per gli affreschi nelle chiese, per tutti i luoghi di Venezia che mi hanno accolto a braccia aperte. Mi sono preoccupata vedendo  l’acqua che raggiungeva il livello delle finestre rompendone violentemente i vetri, inondando tutto, giocando pericolosamente con le prese di corrente. 

E dopo la preoccupazione, è arrivata l’indignazione: l’acqua alta non è una fatalità, non è una piaga inesplicabile. Abbiamo voluto trasformare la Laguna e renderla commerciale e commerciabile, e con lei tutti i suoi abitanti. Abbiamo voluto cambiare l’essenza naturale di Venezia, ossia la sua speciale e sottilmente equilibrata relazione con l’acqua: abbiamo interrato canali, modificato i corsi naturali dei flussi d’acqua, lasciato passare navi, navette, crociere, abbiamo aperto bocche di porto e chiuso entrambi gli occhi. 

All’inizio del Cinquecento, precisamente nel 1501, nasce a Venezia il “Magistrato delle Acque”, che si preoccupa di proibire “sotto pena di ducati mille l’atterrare qualunque benché minima parte delle pubbliche acque”. Giuro, testuali parole. Potete immaginarvi un tale decreto al giorno d’oggi? Venezia sarebbe irriconoscibile, e con lei tutte le zone limitrofe, come Porto Marghera. Le istituzioni hanno continuato a cercare di proteggere la Laguna, mettendone la sua salvaguardia al primo posto. I giudici del Piovego, per esempio, che dal XIII secolo hanno tutelato le proprietà pubbliche di Venezia contro “pretese e usurpazioni dei privati”.

E poi? Cosa ci è successo? Perché siamo diventati sordi davanti alle richieste di aiuto della Laguna? Perché non riusciamo a guardare negli occhi le persone che ogni anno si ritrovano a dover affrontare l’acqua alta in casa, nei negozi, al lavoro, che mettono la loro vita a rischio per cercare di salvare persone e cose, che perdono anni di lavoro o sacrifici, semplicemente portati via dalla corrente? 

No, questa non è una fatalità. Questo è un avvertimento, che già l’anno scorso si era fatto sentire piuttosto violentemente. Ascoltiamo la Laguna, le grida dell’acqua che l’accompagna dalla sua nascita, e risvegliamoci dal torpore che sta narcotizzando Venezia.

di Elisa Brunetta

Nella galleria: Isola di San Servolo, Venezia, 14 novembre 2019. Foto di Ludovica Stecher

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