Il capodanno Italo – Giapponese

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Come regalo di Natale e di compleanno, quest’anno Babbo Natale mi ha portato la mia famiglia. Tutta quanta, intera, sorridente, in Giappone. Il sogno praticamente di una vita, per me e soprattutto per loro. Dopo un viaggio estenuante da entrambe le parti, ci siamo trovati all’aeroporto Haneda di Tokyo, dove, come nelle scene più belle e commoventi di ogni film, la famiglia si è ricongiunta agli arrivi in un misto di lacrime e sorrisi.

Ciò che più ha colpito la mia famiglia, oltre al fatto di passare feste importanti come il Natale e il mio compleanno oltreoceano (ma nonostante ciò abbiamo preparato una cena della Vigilia coi fiocchi), è stato il Capodanno. Per chi infatti non se ne intende troppo di usanze giapponesi, il Capodanno (da non confondersi, naturalmente, con quello cinese), è molto sentito dalla maggior parte dei giapponesi, che lo festeggiano principalmente in famiglia. In Giappone infatti il Natale non costituisce una vera e propria festa nazionale a differenza del Capodanno, grazie al quale si riescono ad avere circa 7-8 giorni di vacanza, dal 27 dicembre al 4 gennaio circa.

Il tratto caratterizzante di tutte le celebrazioni è la celebrazione del “nuovo”, della “prima volta”: tante sono infatti le usanze mantenute anche in epoca contemporanea che coinvolgono la famiglia intera, principalmente di carattere religioso.

Lo joyanokane ne è un esempio. Il 31 Dicembre a mezzanotte infatti tutti i templi buddisti iniziano a suonare le loro campane per ben 108 volte, 108 come i peccati originali nella fede buddista. Si ritiene infatti che il suono delle campane possa perdonare i peccati commessi da ognuno nel corso dell’anno precedente. Come potrete immaginare, l’atmosfera che si respira a Capodanno è indescrivibile: in ogni tempio si radunano folle di pellegrini pronte ad ascoltare il rintocco delle campane e a compiere l’hatsumōde (初詣), la prima visita dell’anno al tempio o al santuario e il primo ringraziamento ai kamisama. Questa visita è compiuta da molti anche nella mattina del 1° Gennaio, dove i templi sono affollati di gente comune, alcune ragazze indossano il kimono e aspettano in fila il loro turno per poter ringraziare le divinità.

Altra “prima volta” è l’hatsuhinode, la prima aurora dell’anno, ammirata da molti giapponesi sulla spiaggia o in montagna. In tanti infatti si recano in località di mare dopo la serata di Capodanno e aspettano il sorgere del sole, simbolo di fondamentale importanza nella mitologia giapponese (la foto è del mio amico Gus, che mi ha concesso di usare questa sua vista fantastica da Shiogama).

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Tutte queste prime volte sono accompagnate a livello culinario dai famosi toshikoshi-soba (年越しそば), associati all’anno nuovo per il fatto che nella parola stessa compaiono i kanji di “anno” ( 年 – toshi) e “arrivare, venire” (越し – koshi). Questo piatto è composto da soba, noodles di grano saraceno, accompagnati da brodo caldo, mirin e salsa di soia: la lunghezza dello spaghetto sta a simboleggiare l’augurio di vivere una vita lunga e serena. Insieme alla soba, a concludere il pasto ci pensano i mochi, palline di riso cotto a vapore pestato a mortaio finché non diventa una pasta collosa, che viene poi lavorata a forma rotonda con all’interno solitamente marmellata di fagioli dolci. Per la loro consistenza collosa, i mochi sono spesso responsabili della morte di persone anziane per soffocamento nel periodo invernale/di Capodanno.

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Camminando per le strade poi nel periodo di fine anno si può spesso incappare negli shimekazari, decorazioni appese all’ingresso delle varie abitazioni. Questa decorazione, costituita da una corda di paglia sacra chiamata appunto shimenawa e da altri materiali come arance, felci, ecc., ha il doppio compito di allontanare gli spiriti maligni e di dare il benvenuto ai kami shintoisti. Infine, il popolo giapponese ha spesso l’abitudine di inviare cartoline d’auguri di buon anno, i cosiddetti nengajō, ad amici e parenti. Per garantire l’arrivo puntuale di queste cartoline, gli uffici postali giapponesi hanno stabilito una scadenza entro cui inviarle cosicché arrivino tutte in tempo per il primo giorno dell’anno.

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Come avrete capito, le tradizioni sono tante e radicate: una delle esperienze più importanti per chi svolge un periodo in Giappone è proprio seguire una di queste.

Riuscire a coinvolgere la mia famiglia in queste attività non è stato affatto difficile: mio padre ha subito voluto comprare una decorazione così da poterla appendere l’anno prossimo alla nostra porta di casa, abbiamo comprato i mochi e ne abbiamo mangiato uno a testa a mezzanotte (insieme a un bicchiere di Prosecco), ma, più di tutto, siamo andati a fare la prima visita dell’anno al tempio insieme alle tante persone che compravano gli omikuji, biglietti che prevedono la fortuna per l’anno venturo. Solo su una cosa purtroppo non sono riuscita a trattare: il cenone di Capodanno. Diciamo che la soba non ha convinto 3/4 della famiglia e mi sono quindi dovuta piegare a una spaghettata alle vongole. E direi che non mi sono potuta lamentare.

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