1. Aquae Patavinae

tempo di lettura: 4 minuti
La nascita di Padova si fa risalire al XIII-XI secolo avanti Cristo. La città si sviluppò all’interno di un’ansa del fiume Brenta (anticamente Medoacus Major). In età tardoantica il fiume cambiò corso, e nel suo alveo si inserì il Bacchiglione (Medoacus Minor). Durante il Medioevo e l’Età Moderna in città venne creata una rete di canali navigabili che collegavano Padova al Brenta e, di conseguenza, a Venezia. Il più importante di questi era il Naviglio Interno, che seguiva parzialmente l’antico corso del Brenta-Bacchiglione. Fino al Novecento la città fu dunque caratterizzata dalla presenza dell’acqua. Il tombinamento dei canali, avvenuto tra gli anni ‘50 e ‘60, ha modificato in modo irreversibile il volto della città.

Tonf… tonf… tonf. Da quando sono iniziati i lavori, non ho più avuto pace.

All’inizio sono stata compiaciuta, come tanti altri, nel vedere il cantiere crescere attorno al Naviglio, le assi di legno e i martelli e i secchi che si moltiplicavano sulla riva. “Non se ne poteva più” diceva una donna accanto a me “di sentire quella puzza di acqua marcia”. Sono passata sul ponte spingendo la bicicletta: un operaio, in piedi sul parapetto, batteva il martello su un’asse. Tonf… tonf… il legno affondava un po’ per volta nel fango, stroncava il rigagnolo di acqua verde che scorreva sul fondo. Sono andata a lavorare e ho ascoltato le mie colleghe che si scambiavano commenti eccitati.

“Ma sai cosa ho sentito dire? Che faranno passare il tram in centro, al posto del Naviglio!”

“Quelli che vivono lì non sono tanto contenti… dicono che per tombinarlo occorrerà alzare il livello della strada. Asfalteranno i primi piani delle case.”

“E che sarà mai? Si butta giù il tetto e si fa un altro piano!”

Risate, sbuffi increduli. Io sono rimasta alla scrivania, china sulla macchina da scrivere, e mi sono massaggiata le tempie, che pulsavano al ritmo del martello. Tonf… tonf… tump… tump…

Quella notte mi sono svegliata di soprassalto, i miei occhi si sono aperti sulle persiane lambite dalla luna. Ho sentito tonf… tonf… e mi sono fatta piccola piccola sotto le coperte, le ginocchia contro il petto, i pugni sulle guance.

È cominciato un brusio, un rumore di acqua che scorre. Poi, mentre trattenevo il fiato, la finestra si è spalancata: le tende si sono gonfiate, piene di vento e luce color ghiaccio, il letto ha ondeggiato; ho riconosciuto nei suoi schiocchi il legname di un veliero che affronta le onde. Il letto si è sollevato. Abbiamo volato.

La prima notte ho visto il Naviglio da Ponte Molino ed era un vero fiume, largo e trasparente, con le case rosse e rosa che si specchiavano nelle sue acque, e donne con larghi cappelli bianchi che facevano colazione sulle rive.

La seconda notte ho visto le case alte e scure della vecchia Padova, torce che guizzavano e illuminavano uomini in fila davanti alle mura. Li ho visti intingere le mani nella pittura e scrivere Orietur in tenebris lux e gridare dannazioni a Venezia e bruciare vessilli con il leone.

La terza notte ho visto una città di legno e marmo, distesa tra le anse del fiume, ponti, statue, colonne di pietra, uomini in toghe di porpora.

La quarta notte ho visto — o forse ho sognato, tanto era lontana e sbiadita la visione — una grande pianura, un villaggio nascosto nel seno del fiume, e una famiglia che seppelliva un giovane vestito di cuoio che aveva una spada di bronzo tra le mani.

Mi sono svegliata di soprassalto, coperta di sudore, sono scesa dal letto e mi sono vestita in fretta, poi sono corsa fuori. Ho attraversato Padova mentre dormiva, ho percorso il selciato imbiancato dalla luna. Come un fantasma ho camminato tra i secchi e gli attrezzi del cantiere, ho preso in mano un martello freddo. All’improvviso mi sono resa conto che la Padova che conoscevo, la città della mia famiglia, dei nonni dei miei nonni stava per scomparire. Ho alzato lo sguardo per un attimo: mi sono sentita sperduta, senza casa.

Mi sono affacciata sul Naviglio strozzato; una stella solitaria si specchiava sul fondo del canale. Un folletto o una fata o una ninfa si aggirava lì accanto, sperduto, cercando l’acqua fra il muschio e i mattoni.

E voi ridete di me, come tanti pensate che sia una povera pazza. Con un gesto scacciate il mio racconto, ma chissà, forse stanotte vi distenderete sul letto e vedrete il soffitto illuminarsi, sentirete il materasso vibrare prima di volare — e forse, chissà, ricorderete.

Sentirete le ninfe dibattersi nelle tubature, le grida dei barcaioli che portano notizie da Roma, riconoscerete nel passante che vi viene incontro nella nebbia lo scintillio di un’armatura, una spada sguainata, guarderete da lontano i fuochi accesi per gli dei, ascolterete i morti che sospirano nelle loro lingue antiche, vi pungeranno i piedi le fondamenta spezzate sotto il selciato.

Ogni notte, come una marea che cresce e cala, le acque di Padova usciranno dai tunnel in cui le avete rinserrate. Voi riconoscerete l’antico viso della vostra città. Vi sveglierà nella notte, subito scordato, il misterioso canto del fiume.

di Sonia Aggio

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