Il fascino discreto delle Plattenbauten

Se esiste davvero una relazione tra una lingua e la cultura condivisa dalla comunità dei suoi parlanti, il tedesco non fa che confermare gli stereotipi dell’efficienza, puntualità e precisione teutoniche.

È una lingua logica, funzionale: il termine “Plattenbau” testimonia alla perfezione questa sua vocazione all’accuratezza. Le parole composte del tedesco sono ormai un fenomeno di moda: certo Plattenbau non si presta a interpretazioni parafilosofiche né possiede gli echi esoticheggianti di Fernweh, Zweisamkeit, Weltschmerz o Herbstmelancholie, ma descrive con efficacia le costruzioni (Bau, pl. Bauten) che, con altrettanta efficacia, si possono rapidamente innalzare assemblando fra loro i Platten, pannelli prefabbricati in cemento armato.

Prima di arrivare ad Allee der Kosmonauten, 10315 Berlino Lichtenberg, il paradiso delle Plattenbauten, confesso di esser vissuta anch’io nella totale ignoranza dell’esistenza di questo termine, avendo inoltre già sprecato il mio entusiasmo nei confronti dei puzzle linguistici tedeschi attirata dalla facile fascinazione che offrono l’idea dell’“anelito verso luoghi lontani” o della “solitudine a due” – ma anche, senza mentire, dalla facilità di comprensione del concetto di Schadenfreude, quando cioè le disgrazie altrui un po’ ci fanno piacere.

Dopo aver contemplato assiduamente, nello scorso mese, questa fitta selva di prefabbricati tutti uguali scorrere veloci dietro le finestre dei tram gialli che mi portano a casa (ma che, a dispetto dei già citati stereotipi di efficienza tedesca, sono spesso in ritardo), questa parola tecnica, senza pretese di sentimentalismo, si è colorata per me di un nuovo significato. Ha un sapore ormai familiare.

La sento pronunciare e subito vedo di fronte a me le schiere infinite di questi palazzi che sembrano costruiti con tanti blocchi di Lego incollati uno sopra l’altro sempre più in alto, quasi all’infinito – in un costante anelito verso il cielo, come i pinnacoli delle cattedrali gotiche (ma a differenza di queste, temo, senza essere scaturiti da fervore religioso né tantomeno da virtuosismi architettonici). Vedo le strisce arcobaleno ed i murales che ne decorano le facciate ritraendo allegre scene di vita in comune, con i bambini che corrono circondati da stuoli di farfalle, timidi tentativi di rendere meno grigio il panorama di questa città, che resta loro malgrado inevitabilmente grigio – per qualche strano fenomeno ottico, anche i palazzi che si sbizzarriscono in tonalità di azzurro, blu e perfino arancione non riescono che a dare l’impressione di monotonale grigiore.

Eppure, c’è sempre qualcosa che mi impedisce di distogliere subito lo sguardo e di bollarli senza riserve come scempio urbanistico. Quello delle Plattenbauten è un fascino sottotono, struggente di malinconia – anche in questo caso, non ci resta che ricorrere al vocabolario tedesco, che dal crollo del Muro si è arricchito del termine “Ostalgie”. Il dibattito scientifico dei sociologi riguardo al significato da attribuire a questa “nostalgia della DDR” è ancora acceso: ma per capire davvero di cosa si tratta, è sufficiente una breve passeggiata in una delle tante Alleen che attraversano in perfetta linea retta le zone dell’ex Berlino Est.

Neppure il senso di smarrimento e di infinita piccolezza che assalgono chiunque si avventuri per questi larghi viali (il più noto, Karl-Marx-Allee, supera gli 80 metri) riescono ad evitare la punta di dolore agrodolce che si insinua nel petto mentre lo sguardo corre verso l’alto cercando il punto in cui le mille finestre incastrate come celle di un alveare lasciano finalmente spazio al cielo.

Le Plattenbauten non sono soltanto i resti visibili del motto „Jemandem seine Wohung“, “a ciascuno un’abitazione propria” che la DDR coniò per inaugurare nel 1973 il proprio ambizioso programma di edilizia pubblica.

Sono un relitto delle speranze e della fiducia di quel secolo breve la cui eredità controversa ci interroga con insistenza, domandando a gran voce di essere guardata negli occhi e compresa.

di Francesca Ballin

 

Un pensiero su “Il fascino discreto delle Plattenbauten

  1. L’ha ribloggato su La leggerezza dell' animae ha commentato:
    Essia..fa venire voglia di partire ed andare a Berlino…ammirare e comprendere se il grande entusiasmo e trasporto riportati nell’ articolo, possono trasformarsi anche in noi in espressioni cosi intense e suggestive. Quando le parole possono trasfromare un lettore in viaggiatore.

    Mi piace

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