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Ode al turismo. Cronistoria fedele di una giornata a Venezia.

Find the void. Trova il vuoto. Qualcuno ha appeso questi cartelli sui muri esterni della biblioteca. Sono completamente bianchi, con delle lettere minimali, asciutte. La colla è ancora fresca, e sotto la carta si sono formate delle bolle d’aria che tradiscono l’ansia dell’atto vandalico. Find the void. Ma stiamo scherzando? Il vuoto a Venezia? E dove si compra? Ci passo accanto con un sorriso beffardo. Non potevano scegliere giorno migliore per appendere dei cartelli di protesta.

Piazza San Marco. Domenica. Sono le 11 di mattina. Dal vaporetto si vede una muraglia di persone che cerca di far affondare la città. Sembrano immobili, non si capisce che cosa ci facciano lì. Un mostro con mille teste, portafogli, cellulari; ecco cosa sono. Li guardo con un misto di ira e rassegnazione. Non c’è altro da fare, hanno conquistato la città. Non ci resta che arrenderci e subire. I pochi Veneziani sul vaporetto hanno il mio stesso sguardo, condividono empaticamente le mie frustrazioni. Sembriamo di una razza diversa, non concepiamo il loro modo di divertirsi. Chi sono quei lanzichenecchi? Chi ha permesso loro di paralizzare la città?

Ponte di Rialto. Primo pomeriggio. Il sole è alto nel cielo, ci acceca tutti. Sembra di soffocare. Si avanza lenti lenti, come dei carcerati che tornano in gattabuia dopo l’ora di libertà. Una babele linguistica ha preso possesso di tutte le vie di Venezia. Si innalzano muri di spagnoli, di russi, di tedeschi, di cinesi, di indiani. Non si riesce a passare. Ho individuato dei Veneziani, li ho seguiti confidando nelle loro scorciatoie, ma ormai anche quelle sono impraticabili, congestionate. I negozi vomitano volti umani. Mi fanno male i piedi, non ho neppure la forza di lamentarmi. Penso solamente ad arrivare a casa. Si dice che per superare il ponte occorrano venti minuti; ci sono persone ovunque, e ognuno vuole il suo ricordino dal punto più bello sul Canal Grande. Mi vengono le vertigini.

Imbarcadero di San Zaccaria. Ore 18. Un triste paragone affiora nella mia mente. Vasco Pratolini, poeta e scrittore italiano, una volta scrisse sul suo taccuino: Ecco i ritardatari. Anime dannate che Dante si è dimenticato di cantare. Parlava dei ciclisti, e cercava di rendere il loro sforzo immane, ai limiti delle possibilità della specie. Proprio in quel momento mi specchio sul vetro umido dell’imbarcadero, e incontro la mia faccia trafelata, sconvolta. Forse Pratolini parlava di noi, penso. Mi volto. Eccole, le anime dannate. Sono migliaia, forse milioni. Immobili da stamattina, perversamente convinte di divertirsi, disposte a tutto pur di rimediare un selfie nelle zone più traboccanti della città. Il sole è calato da un po’, e l’ultimo riflesso della sera le rende ancora più inquietanti. Un uomo dei servizi navali di Venezia sta imprecando nel suo dialetto, senza badare troppo alle formalità. Anche per lui è stato un inferno.

L’aria triste della laguna mi accarezza il viso. Perché esistono i turisti? Mi domando senza troppi fronzoli. Penso alle migliaia di persone che ho involontariamente incrociato lungo la strada. Non una di esse era degna di nota; non una meritava di essere ricordata e mandata a memoria. Provavo molte cose, nei loro confronti. Sembravano bambini nel paese dei balocchi; quasi quasi mi sentivo commosso nel vederli smarriti, in balia del serpentone umano che essi stessi contribuivano a generare. Poi però subentrava una rabbia tremenda e incondizionata. Forse li odiamo perché questi qui, per permettersi un carnevale a Venezia, possiedono più soldi di quanti noi ne vedremo mai nella vita. Forse li detestiamo perché quando mettono piede nel parco giochi spengono il cervello, non ragionano più, e diventano un branco di pecore munite di due zampe, portafoglio e telefono dalla connessione ultrarapida.

Odiamo con indifferenza. Che è forse il sentimento peggiore che un essere umano possa coltivare. Perché distrugge tanto chi odia quanto chi è odiato. Dov’è il silenzio della città? Perché non sentiamo più lo scalpiccio dei nostri passi? Dov’è sparito il respiro della laguna, che da secoli scandisce il ritmo di Venezia? Tutto sepolto, tutto calpestato dalla festa più pacchiana che possa esistere. Nobili intenti, quelli del carnevale; ma Venezia dovrebbe divenire una cristalleria, e non una mangiatoia. Mi consolo. Prima o dopo, questo supplizio finirà.

Isola di San Servolo. Ore 22. Siamo sopravvissuti. Il festival della chincaglieria, se dio vuole, è finito. Coi giorni, le maschere spariranno e i coriandoli si scioglieranno come la neve ai lati delle strade. Piano piano la città si svuoterà, tornerà al suo dolce silenzio. La prossima settimana, tutto tornerà alla normalità. Ma è giusto? Non lo so. Siamo così annichiliti da non aver neppure la forza di rispondere.

Da lontano, Venezia sembra morta. Le fioche luci dei suoi lampioni, forse, nascondono i milioni di turisti che la fotografano da ogni angolatura. La mia testa rimbomba, come se non riuscisse a metabolizzare tutta la confusione accaldata subita durante il giorno. Forma subdola di tortura, il turismo di massa. Faccio un patto con Venezia: non tornerò mai più in quella mangiatoia. Non durante il carnevale.

Chissà quanti si son detti le stesse parole. Chissà quanti, come me, hanno smesso di lottare contro un’idra che cresce di anno in anno, senza scampo o pietà. Chissà se qualcuno resterà a lottare per la laguna.

Sono stanco. Vado a dormire. L’ultimo pensiero del giorno è triste, e so che l’han fatto in tanti.

Forse Venezia è morta per davvero.

di Federico Sessolo

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